Genovese le foto hard che scattava nei festini scambiate con gli amici

Genovese, le foto hard che scattava nei festini scambiate con gli amici

La Republica News
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MILANO – Le foto intime scattate con uno dei suoi smartphone, i video hard spediti nelle chat con gli amici, i commenti espliciti sulle ragazze che terminavano la serata nella sua camera da letto, a porte chiuse e ben custodite dai bodyguard. Esibite come trofei. Come prede di una caccia danarosa e tossica. Se violenta, se sadica, quante volte, starà ora agli investigatori scoprirlo. Ma ce ne sarebbero a decine, di quelle riprese che Alberto Genovese amava condividere con la sua cerchia di amici e factotum, di procacciatori di modelle da invitare alle feste di Terrazza Sentimento e di fornitori di cocaina e 2CB, la droga sintetica e stordente utilizzata dall’imprenditore prima e durante lo stupro e le torture ai danni di una 18enne, sequestrata e seviziata per 17 ore tra il 10 e l’11 ottobre scorso. Sono troppe e troppo convergenti le testimonianze raccolte a verbale su quelle foto e quei video, nell’inchiesta condotta dal pubblico ministero Rosaria Stagnaro e dal procuratore aggiunto Letizia Mannella, per ritenere che si tratti di leggende metropolitane.
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30 Novembre 2020
Tocca adesso agli specialisti della quarta sezione della Squadra mobile milanese, guidata dal dirigente Marco Calì, setacciare la mole di immagini scaricata da due tablet e dei tre telefoni di Genovese: solo per uno degli apparecchi, trovato all’interno della cassaforte dell’attico con piscina e vista Duomo (insieme a 40mila euro in banconote per le spese correnti), magistrati e poliziotti attendono che venga fornito il pin per sbloccarlo. I legali di Genovese hanno promesso di fornirlo a breve, come già accaduto per gli altri due smartphone.
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Le analisi informatiche potrebbero fornire preziosi riscontri alle testimonianze, finora vaghe, su presunti ulteriori stupri commessi dall’ex enfant prodige delle start-up assicurative. Elementi per consentire agli investigatori di raccogliere altre denunce da potenziali vittime. Che finora — tra timori e ricordi annebbiati dalle sostanze — non si sono fatte vive, a parte il caso della 23enne amica della prima vittima, l’unica a formalizzare in querela quanto aveva raccontato in questura: stordimento da cocaina e violenza subita durante una vacanza a Villa Lolita, al sole di luglio di Ibiza.
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Un’aggressione che, finora, Alberto Genovese non ha ammesso. L’unico riferimento alle sue gite in jet privato verso le Baleari, circondato da una corte adorante e da bottiglie millesimate, è ai suoi esordi da tossicodipendente: «Iniziai con la cocaina ad agosto del 2015 — ha raccontato ai pm — ero in un albergo di Formentera. Da lì, ho continuato a lavorare sul serio ancora per un anno, ma mi circondavo di persone più colte e più forti di me». Dopo? «Non lavoravo più, non accendo un computer da più di tre anni, non entravo neanche negli uffici della mia società».
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Di sé, il 43enne imprenditore napoletano, detenuto a San Vittore, continua a proiettare l’immagine del tossico fuori controllo: «Quando feci cancellare le telecamere, fu anche per paura, con la polizia fuori dalla porta, droga ovunque. E quella notte che poteva apparire come una violenza sessuale». Lo era, ben oltre l’apparenza.


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