Ghali: “Niente pace tra me e Salvini, ho firmato la maglia per suo figlio nella speranza che diventi diverso da lui”

Pubblicità
Pubblicità

Ghali-Salvini non è pace fatta. Il rapper di origini tunisine nega che dopo lo scontro allo stadio dove entrambi erano a tifare Milan abbiano fatto pace, come aveva detto il leader leghista. Anzi parla di “bugia mediatica”. E afferma di aver firmato quella maglia solo perché sapeva sarebbe finita al figlio di Salvini, un suo fan.”Ho firmato quella t-shirt solo perché sapevo che sarebbe finita a suo figlio, essendo mio fan, nella speranza che un giorno, crescendo, potrà farsi delle domande e avrà voglia di vivere in un’ Italia diversa da quella voluta da suo padre. In fondo anche io ho preso delle scelte diverse da mio papà, so che può succedere”.

E scrive su Instagram: “Sono andato allo stadio per tifare la mia squadra del cuore, lo stesso cuore che mi ha portato ad agire d’impulso.Non ho assolutamente fatto pace con Salvini e non mi sono mai pentito delle parole che gli ho detto durante il derby”.  E continua: “Io sono per la pace, ma pace non si può fare con chi ogni giorno fa guerra ai più deboli portando avanti politiche razziste e di odio, con chi fa soffrire e morire la mia gente. La pace si farà quando ammetterà i propri errori, quando risponderà delle sue azioni, quando racconterà la verità al suo popolo e smetterà di creare disinformazione, usando l’immigrato come capro espiatorio dei problemi dell’Italia”.

Ghali, lite con Salvini a San Siro durante il derby Milan-Inter

Ghali, nato a Milano il 21 maggio 1993, ha formato la sua prima band nel 2011 cominciando a farsi notare. I suoi genitori sono tunisini, suo padre è finito in carcere quando lui era solo un bambino e sua madre lo ha cresciuto completamente da sola. A sua mamma, che si chiama Amel, il rapper ha dedicato il suo primo singolo, con cui è ritratto in copertina. Sempre un po’ ribelle fin da bambino anche oggi non esita a dire la sua sui modi del leader leghista: “È questa la vera violenza, non una verità urlata in faccia. Ora dice che mi offrirebbe un caffè, ma allo stadio ha cercato di farmi cacciare dal mio posto invano. La mia non è politica, è pre politica, si parla di umanità. I miei non sono insulti, sono solo l’ennesima segnalazione”.

Pubblicità

Pubblicità

Go to Source