Giorgio Armani: “La vita mi ha premiato ma a quasi 89 anni posso dire che mi ha anche tolto parecchio”

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«Premesso che, a mio parere, oggi sono poche le maison che fanno davvero alta moda, inizio a non riconoscermi più in questa Parigi. Io mi sono sempre collocato in una Parigi più glamour, e ora non mi ci ritrovo più. Mi chiedo se non sia il momento di cambiare». È un Giorgio Armani  riflessivo quello che incontra la stampa poche ore prima di portare in passerella la sua collezione di haute couture: Armani Privé esiste dal 2005 e, lockdown a parte, è sempre stata presentata qui in Francia, all’interno del calendario ufficiale della haute couture. A quanto pare però, lo stilista è intenzionato a vagliare altre possibilità. 

«Mi guardo attorno, e mi pare che sia sempre più difficile distinguere tra alta moda e prêt-à-porter, perché la prima è sempre più normale, e il secondo è sempre più elevato. Per carità, anche il mio prêt-à-porter è “alto”, ma comunque riesco a calibrare l’offerta con linee di diverso livello. La mia couture è pensata per una donna che vuole vestirsi in maniera diversa, esclusiva. Unica. Che vuole pezzi che non si trovano nei negozi: penso a Yves Saint Laurent, e a come creava interi guardaroba per le sue amiche dell’alta società. Per me l’alta moda è quella delle centinaia di paillettes cucite su un centimetro quadrato di tessuto. Mi chiedo se, visti tutti gli sforzi che facciamo, e visto come è diventata Parigi, non sia meglio rimanere a casa mia, a Milano, e raccontare la mia visione da lì».

Nulla di deciso per lui, tutt’altro: Armani chiede, s’interroga, ci pensa su. E, nel frattempo, presenta una collezione che, come già accaduto con l’uomo presentato pochi giorni fa a Milano (giudicato tra i migliori show della stagione), guarda all’Estremo Oriente. «La mia è una visione idealizzata, slegata dal presente. Mi rifaccio agli stilemi della cultura orientale, all’eleganza insita in quell’universo». A incarnare quest’ideale è il rosso lacca, che per lo stilista dona un senso di mistero anche agli indumenti più normali. Vero è che qui di “normale” c’è ben poco, tra i pantaloni di broccato, le giacchine ricoperte di cristalli, gli abiti da ballo di tulle ricoperti di pagode che brillano, i fourreau che disegnano il corpo e che paiono fatti di ceralacca, gli abiti a colonna di velluto nero che lasciano scoperta la schiena, decorata da una lunga serie di rose gioiello, altro tema conduttore della collezione: il finale è tutto per loro, con gli abiti da ballo – rossi – che ne sono ricoperti. «Perché è il fiore per eccellenza», risponde il designer a chi gli chiede le ragioni della scelta.

«Onestamente, non credo di aver mai fatto una couture così: sono abiti che, a mio parere, una volta indossati, e in movimento, diventano eccezionali. Stavolta credo di aver preso una posizione precisa: perciò ci tengo a presentarla nel luogo giusto». Sono tutte mise perfette per il red carpet, e infatti tra gli invitati ci sono Emma Thompson, Laura Dern e la giovane Sydney Sweeney, tutte dive che spesso vestono Armani per le loro uscite ufficiali. «La regola da ricordare è che sul tappeto rosso tutti vogliono apparire al meglio: non sempre però la cosa riesce. Ci sono designer che s’inventano cose… indescrivibili», medita con un filo d’ironia. Ma torna serio quando passa a parlare del suo lavoro. «La vita mi ha premiato, sono il primo a dirlo. Ma, a quasi 89 anni (li compie l’11 luglio, ndr), posso anche dire che mi ha tolto parecchio: mi sarebbe piaciuto godermi tante cose che per gli altri sono normali, ma che ho dovuto mettere da parte per questo mondo».

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