Giuseppe Conte umilia la cultura. Ci vorrebbe un artista come premier laffondo di Red Ronnie

“Giuseppe Conte umilia la cultura. Ci vorrebbe un artista come premier”: l’affondo di Red Ronnie

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Gianluca Veneziani 31 ottobre 2020

Voce fuori dal coro, e soprattutto orecchio attento alle nuove voci della musica, il conduttore e critico Red Ronnie, firma di OM Optimagazine, magazine di musica, tecnologia, cinema, tv e spettacolo fondato da Optima Italia, ascolta il grido di dolore che proviene dai tanti operatori del mondo dello spettacolo.
Red Ronnie, cinema e teatri sono stati chiusi, la musica dal vivo è ormai sospesa sine die. Quello arrecato dal governo Conte al mondo della cultura rischia di essere un danno irreparabile?
«Sì, e la ragione di queste misure è molto semplice. I politici che ci governano non sono colti, non dedicano tempo a leggere libri, ad ascoltare musica e a coltivare l’arte. Anzi, la minimizzano, la definiscono divertimento, e come tale sacrificabile. Ma non si rendono conto che l’arte è ossigeno per l’anima e alza anche le difese immunitarie».
L’Agis (Associazione generale italiana dello spettacolo) fa sapere che, dal 15 giugno ai primi di ottobre, su 350mila persone che hanno assistito a spettacoli dal vivo, solo una è risultata contagiata. Ma allora perché chiudere teatri e cinema?
«Innanzitutto perché si fa confusione tra movida e spettacoli. La movida è stata ampiamente consentita quest’estate, si pensi alle discoteche aperte: ed è stato fatto perché a settembre c’erano le elezioni e allora bisognava allentare un po’ i cordoni. Gli spettacoli sono invece molto più sicuri e realizzati da professionisti. Chi li organizza è in grado di far mantenere le distanze e di tracciare meglio di chiunque altro gli spettatori, perché i biglietti sono nominali. Per questo la chiusura di teatri e cinema non ha senso, e di sicuro non è fatta per garantire il bene della gente».
Nel decreto Ristori è previsto per le discoteche il 400%, mentre per le sale da concerto e altre strutture artistiche solo il 200%. Perché questa differenza?
«Fatico a rispondere. L’unico criterio con cui vengono fatti i decreti mi pare la regola del “’ndo cojo cojo”. Non c’è alcun ragionamento alla base né una conoscenza profonda del settore».
 
 

 
Per i lavoratori nel mondo dello spettacolo lo stesso decreto prevede 1.000 euro. Sono solo briciole?
«Mi basta dire che il Nuovo Imaie, in pratica la Siae degli interpreti, ha fatto molto meglio, garantendo ai musicisti circa 3.000 euro a testa per sopperire alla mancanza di lavoro. E lo Stato che fa, ne dà solo 1.000? È umiliante. Senza considerare poi che quei soldi, come è già successo, potrebbero non arrivare mai. All’umiliazione in quel caso si aggiungerebbe la presa per il culo».
Si parla di circa 200mila lavoratori intermittenti nel settore dello spettacolo, tra fonici, musicisti, tour manager, addetti alle luci, dj, che rischiano il posto. Sono stime fin troppo ottimistiche?
«Sì, sono molte di più le persone coinvolte, se si considera tutto l’indotto e il fatto che ciascuno di quei professionisti ha una famiglia alle spalle. Ma il vero dramma è che nel mondo dello spettacolo ci sono tantissime eccellenze che oggi sono costrette a trovarsi un altro lavoro. Ebbene, quelle eccellenze e il loro saper fare non li recupereremo più».
Lei è da sempre attento all’uso della comunicazione. Pensa che il governo, tra decreti e conferenze stampa, continui a fare solo terrorismo psicologico, senza misure concrete per affrontare il problema Covid?
«Credo che si facciano i decreti non per il nostro bene, ma per altri scopi, come accrescere i propri poteri di controllo. E poi sono convinto che questo virus sia stato creato artificialmente, non solo perché prodotto in laboratorio, ma perché ingigantito dai media. Sia chiaro: il virus esiste ma c’è chi ha interesse a speculare sulla paura. Non soltanto il governo, ma gli stessi virologi, persone anonime fino all’altro ieri che ora vengono continuamente invitate in tv, vittime di un’ubriacatura di protagonismo. Ma se sono sempre in televisione, mi chiedo, quando diavolo lavorano?».
Torniamo a parlare di musica. Sono partite le selezioni per  giovani al prossimo Festival, con il programma “Ama Sanremo”. È un buon modo per scovare nuovi talenti?
«Tutto ciò che prova a promuovere giovani in gamba è benvenuto. Ma la verità è che ci hanno tolto libertà e curiosità di ascolto. Ormai ciò che dobbiamo ascoltare lo decidono gli algoritmi di Spotify: per trattenerti sulla piattaforma, ti offrono qualcosa che è conforme a ciò che già ti piace. È una camera chiusa, in cui viene meno il gusto di scoprire il nuovo. A Sanremo idem, puoi proporre solo qualcosa che è già noto. Potessi condurlo io, farei un Festival con tutti artisti di strada, il Sanremo di ciò che sta fuori, come ho già fatto alcuni anni fa in un progetto di Fiat Music. Ma in realtà anche quelli che vengono consacrati da Festival e talent show finiscono presto per essere dimenticati. Qualcuno si ricorda chi ha vinto l’anno scorso X Factor? E quanti sono a ricordarsi il vincitore dell’ultimo Sanremo Giovani?».
Sicuramente lo scorso Sanremo è stato ricordato per la performance di Morgan. Ora lui si candida a sindaco di Milano. Lo sosterrà e, in caso, sarebbe disposto a fare il suo assessore?
«Morgan purtroppo non sarà mai eletto. Qualunque artista provi a candidarsi, è destinato a non farcela. Penso in passato anche al grande Frank Zappa. E tanto meno voglio scendere io di nuovo in campo, ho già dato nel lontano 1992… La verità è che la politica non permette agli estranei di entrare, perché ha paura dei “folli”, degli irregolari. Di sicuro, però, un Paese governato dagli artisti sarebbe molto meglio di quello attuale. Un artista è attento a ciò che è bello da vedere ma anche a ciò che può funzionare. Insomma, se avessimo avuto un artista al governo, probabilmente ora non ci troveremmo con gli autobus affollati».
Chi le piacerebbe come premier?
«Il sindaco di Venezia, Brugnaro. È uno che si circonderebbe di validi professionisti e artisti e porterebbe finalmente la fantasia e l’immaginazione al potere».

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