Gli ultimi pescatori Barè, minacciati dai cercatori d’oro: “I giovani si vergognano anche di parlare la nostra lingua”

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L’Amalassunta dopo aver navigato nella zona dei grandi parchi naturalistici, arriva a Barcelos, cittadina molto nota per la pesca sportiva, la stagione della pesca si è aperta proprio a settembre, quando le piogge sono meno insistenti. Ma lì vivono anche molte comunità indigene, come quella Barè, a due ore di barca dalla città. Con la lancia a motore di Marilena, la rappresentante del villaggio, e di suo marito Reginal, Angelo Ferracuti e Giovanni Marrozzini raggiungono il villaggio di Romào, un gruppo di case in legno e vialetti alberati nel verde lussureggiante. Qui vivono 69 persone, come Alirio, un cappellino nero in testa, la maglietta con la scritta Florida surf e con i disegni di palme, che mostra loro la chiesa cattolica che è anche una scuola. Dentro un’urna rudimentale con dei santi e i banchi in formica. Le tombe sono a terra vicino alle case. Solo i vecchi parlano la lingua Barè, i giovani si vergognano, hanno perso completamente contatto con le proprie radici, la festa del villaggio è dedicata a Santa Lucia. Sono minacciati dai cercatori d’oro, che lavorano dentro le loro terre, di cui nel frattempo si sono impossessati ricchi latifondisti, dopo trent’anni di lotte per la demarcazione, soprattutto in quella dove da mezzo secolo pescano per la sopravvivenza.

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