Gli universitari dimenticati tra lockdown e dad

Gli universitari dimenticati, tra lockdown e dad

La Republica News
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“Ho preso trenta in biologia”, sento dire dal giovane amico, matricola all’università, che mi sta parlando davanti a un caffè in un pomeriggio colorato dal giallo pallido del sole invernale e da quello più intenso e speranzoso del Dpcm.

“Hai iniziato bene”, ribatto con un certo entusiasmo, ma il suo viso non risponde come mi sarei aspettato. Mi fissa senza rispondere con la tazzina sospesa in aria.

“Non sei contento?”, chiedo.

Mi risponde che certo che è contento per il trenta, però… Però c’è un però, anzi ce ne sono almeno tre.

“Però ho dovuto arrangiarmi a studiare biologia tutto da solo, ho fatto l’esame con un professore che se incontrassi per strada probabilmente non riconoscerei e non ho conosciuto nemmeno un compagno nuovo. Soprattutto nemmeno una compagna nuova…”, e gli scappa il sorriso amaro tipico delle occasioni perdute.

Ecco qui riassunta con la lucidità dell’esperienza la situazione in cui si trovano moltissimi universitari.

Di loro non si parla quasi mai, sembrano non esistere, tanto sono grandi, tanto se la caveranno comunque, tanto all’università basta fare gli esami, andare avanti e uscire il prima possibile. Che problema c’è se non frequentano?

Eppure è proprio questa idea che va contrastata. La scuola è presenza, lo è ogni tipo di scuola, da quella dell’infanzia fino ai gradi superiori. Perché la scuola è rapporto. Non si dà apprendimento senza rapporto, senza quella reciprocità fra docente e discente che rende l’uno prezioso per l’altro. E ciò vale anche per i già maggiorenni.

L’università è un’istituzione nata per produrre e trasmettere sapere, un’istituzione che da subito si è configurata come un luogo. Un luogo da abitare, non un corsificio in vista del superamento degli esami da snocciolare uno dietro l’altro sulla strada della laurea. Un luogo dove imparare un metodo e un approccio alle specifiche discipline e non solo nozioni, dove farsi contagiare dalla passione di chi ha investito un’intera vita su quelle stesse discipline o addirittura solo su piccole parti di esse, dove costruirsi un’idea via via più precisa del proprio futuro professionale e personale, dove incontrare altri studenti con cui scambiare pareri e opinioni finalmente accomunati dagli stessi interessi e non più dalla casualità delle aule delle scuole superiori. E anche un luogo dove poter far nascere e crescere un amore.

Perché in università si frequentano i corsi e si studia sì, ma si creano legami solidi che potranno tradursi più avanti anche in una rete di professionisti affidabili, si sperimenta una vera prima autonomia di vita, si costruisce il proprio futuro vivendo con intensità il presente che non può essere ridotto a pagine da macinare chiusi in casa con mamma e papà.

Attorno all’università si sta consumando un dramma che ci lascia troppo indifferenti, come se riguardasse pochi. Eppure chi ci difenderà nelle aule dei tribunali, chi ci opererà nelle sale chirurgiche, chi educherà i nostri figli e nipoti, chi organizzerà la società, chi scriverà libri, chi progetterà strade e ponti e palazzi si sta formando oggi. Conviene davvero garantire loro l’accesso con sicurezza alle strutture, sperimentare forme di didattica miste o che comunque favoriscano lo scambio dei saperi invece che una loro unidirezionalità, ripristinare appena possibile i rapporti con l’estero e le esperienze di stage e tirocini. Molte università si sono già attivate al riguardo, e anche queste non vanno lasciate sole, altre vanno supportate con mezzi adeguati perché lo facciano al più presto.

Non priviamo questi giovani di un luogo tanto fondamentale per la loro formazione. Facciamolo per loro, ma anche per noi. Il futuro potrebbe chiederci conto di una generazione di professionisti meno preparata, meno affettivamente solida, meno intellettualmente brillante.

Luigi Ballerini, medico e psicoanalista, vive a Milano con la moglie e i suoi quattro figli. Incontra molti giovani, sia nel suo studio professionale, sia presso scuole o centri culturali in occasione di incontri con l’autore e corsi di scrittura per ragazzi. Da anni pubblica romanzi per bambini e ragazzi e nel 2014 ha vinto il premio Andersen.



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