Golpe in Russia. “Nel ‘91 con l’Urss noi giornalisti eravamo più liberi di oggi”

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LONDRA – Le mani di Gennadij Janaev tremavano. Il vicepresidente sovietico, neo nominato capo della giunta politico-militare che aveva orchestrato il golpe dell’agosto 1991 contro Mikhail Gorbaciov, tradiva un visibile nervosismo mentre rispondeva alle domande di noi giornalisti, stranieri e russi, nella affollatissima sala stampa del ministero degli Esteri a Mosca. Accanto a lui, il capo del Kgb Vitalij Kryuchkov e il ministro della Difesa Dimitrij Yazov sembravano altrettanto incerti. Fu il primo evidente segnale che il putsch stava fallendo, come avvenne nel giro di tre giorni. Ma a trentadue anni di distanza, di fronte al fallito golpe di Evghenij Prigozhin contro i generali di Vladimir Putin, apparente atto di sfida allo stesso presidente russo, quella conferenza stampa dei golpisti del ’91 contiene un’altra lezione: l’impressionante differenza tra la libertà in cui operavano allora i media nazionali e internazionali in Russia e il misto di censura, oppressione e segretezza in cui sono costretti ad operare oggi, sotto il tallone di ferro di Putin e dei suoi epigoni.

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Berlusconi e caviale in tv mentre si svolgeva il golpe

Mentre erano in corso l’ammutinamento dei mercenari di Prigozhin e la loro marcia su Mosca, la tivù russa trasmetteva un documentario su Silvio Berlusconi e poi un servizio di gastronomia sul caviale. I giornali di Mosca, tutti con la museruola, hanno riportato soltanto le dichiarazioni ufficiali del Cremlino sul drammatico braccio di ferro. I censori del regime hanno impedito perfino le ricerche su Google. A parte il suo breve “discorso alla nazione” dagli schermi televisivi, Putin è scomparso e tace. Dopo avere lasciato Rostov tra gli applausi della cittadinanza e richieste di posare per un selfie, nemmeno del presunto golpista Prigozhin si sa più nulla. Quando parla, del resto, anche lui lo fa sui propri canali, con video proclami controllati, stando lontano come Putin dai giornalisti.

Beninteso, i golpisti del ‘91 cercarono di esercitare qualche controllo sull’informazione. La tivù inizio’ a trasmettere musica classica. L’agenzia statale di stampa Tass si uniformò ai loro comunicati. E in teoria, in un’epoca pre-internet, pre-telefonini, mettere il bavaglio ai media ufficiali poteva sembrare sufficiente. Ma cinque anni di glasnost, la “trasparenza” ovvero libertà di stampa con cui Gorbaciov (e ancora di più il suo consigliere Aleksandr Yakovlev, detto “l’architetto della perestrojka”) cercava di democratizzare il comunismo, avevano cambiato irrimediabilmente la società russa e i suoi mezzi di comunicazione, contagiando perfino gli autori del golpe.

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Il controllo di Putin sui media

I giornali russi riportavano liberamente tutto quello che stava accadendo. Radio Eco di Mosca e Radio Liberty, due stazioni radio indipendenti, trasmettevano la cronaca del golpe in diretta, ascoltate da milioni di persone. La popolazione della capitale seppe così che decine di migliaia di persone erano scese nelle strade a manifestare contro i golpisti e che Boris Eltsin, presidente della Russia eletto dal popolo, la più grande delle quindici repubbliche dell’Urss, era libero e spronava la gente a resistere. Come se non bastasse, gli stessi golpisti non riuscirono a seppellire completamente gli usi e costumi dell’era Gorbaciov: invece di chiudersi al Cremlino, alla Lubjanka (la famigerata sede del Kg ) o nei ministeri, si sentirono in dovere di convocare una conferenza stampa, di rimanere accessibili a noi corrispondenti stranieri e ai giornalisti locali. Con il senno di poi, un errore clamoroso: praticamente il golpe cominciò a sgretolarsi sotto i nostri occhi, ascoltando le balbettanti risposte di Janaev e dei suoi complici alle tutt’altro che docili domande dei media. Il genietto della libertà era uscito dalla bottiglia e neppure coloro che volevano riportare indietro l’Unione Sovietica sapevano come ricacciarlo dentro.

Un decennio più tardi, naturalmente, al Cremlino è arrivato Putin e in ventitré anni di potere sempre più autoritario ha spento praticamente ogni aspetto della glasnost gorbacioviana. Nel frattempo, la rivoluzione digitale ha reso più difficile censurare tutto. Ma fare il giornalista oggi a Mosca è infinitamente più complicato e rischioso che al tempo del golpe del ’91. Quando potevamo vedere le mani tremanti del vicepresidente sovietico e dare impunemente del bugiardo in pubblico al capo del Kgb.

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