Governo, armi spuntate contro le multinazionali che delocalizzano

Pubblicità
Pubblicità

ROMA – La bandiera bianca è stata sventolata giusto un anno fa. Oggi il governo prefigura provvedimenti contro le multinazionali che abbandonano l’Italia licenziando centinaia di lavoratori, dalla Whirlpool alla Gkn, dalla Gianetti alla Timken, ma agli atti per ora c’è solo la sconfitta dello Stato in una “guerra” , dichiarata nel 2015 e poi rilanciata in pompa magna nel 2018, persa senza sparare nemmeno un colpo. 

Il bollettino della disfatta è nel resoconto stenografico dell’intervento parlamentare, eravamo appunto a fine giugno 2020, dell’allora ministro dello Sviluppo Economico, Stefano Patuanelli. «La risposta è zero», diceva candidamente Patuanelli a chi chiedeva quali fossero i risultati della norma introdotta dalla Legge di Stabilità 2014 (e dalla relativa direttiva d’attuazione del 2015) per frenare le delocalizzazioni delle multinazionali.

Provvedimento rafforzato nel 2018 dal Decreto Dignità ideato dal predecessore di Patuanelli, Luigi Di Maio, per rassicurare i lavoratori della Bekaert di Figline Valdarno, appena abbandonati dalla multinazionale belga dei fili di ferro. Peccato che quel provvedimento non essendo retroattivo poteva ben poco, anzi nulla, nei confronti della Bekaert che la fabbrica l’aveva già chiusa. 

«Il motivo – diceva un anno fa Patuanelli, ma è come se il governo parlasse oggi – per il quale non si riesce ad attuare un dispositivo sacrosanto come quello di recuperare i fondi pubblici eventualmente dati per le produzioni in Italia che vengano delocalizzate (le sanzioni previste sia dalla Legge di Stabilità 2014 che dal Decreto Dignità, ndr), è che qualsiasi dispositivo normativo deve restare all’interno dei limiti posti dall’articolo 41 della Costituzione, che garantisce la libertà di impresa, e deve restare anche all’interno delle norme previste per il mercato europeo, quindi tali dispositivi devono riferirsi alle delocalizzazioni extra Ue». Costituzione e Europa come alibi. Ma non solo: «Ovviamente, fissati alcuni paletti entro i quali possiamo muoverci, come si muove il legislatore così si muovono le imprese, andando a fare quelle opere di delocalizzazione reale e materiale che in realtà rispettano i paletti oltre i quali non si può recuperare il beneficio erogato». Insomma, qualcosa che somiglia all’infinito inseguimento dell’antidopig al doping. 

Patuanelli in quell’occasione spiegò l’opportunità, più che di punire chi delocalizza, di premiare chi riporta le attività produttive in Italia. Insomma la filosofia del back reshoring tante volte evocata in Italia, da vari governi, ma mai attuata concretamente: individuare le ragioni del dumping (da quello fiscale a quello salariale) che determinano le multinazionali a non produrre nel nostro Paese. E riportarle qui. Vedremo, intanto in tanti Paesi europei le aziende che chiudono le fabbriche sono obbligate dalle leggi a presentare piani sociali e di reindustrializzazione per il “dopo”, mentre il presidente francese Macron ha stanziato 20 miliardi di incentivi fiscali per far tornare le imprese che hanno delocalizzato.

Pubblicità

Pubblicità

Go to Source