Governo forte, partiti deboli

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Lo scenario politico ha due volti in apparenza contraddittori come un personaggio di Conrad. Il primo volto è stabile, il secondo turbolento. Ma la turbolenza non minaccia la stabilità; anzi, è come se si fosse raggiunto un singolare equilibrio.

Da un lato c’è il governo Draghi che va avanti per la sua strada. Nulla lo innervosisce, almeno in apparenza. Se qualcosa lo disturba, il presidente del Consiglio risolve le questioni per linee interne e all’esterno non trapela quasi nulla. È una quotidiana prova di leadership che si esercita su un assetto partitico in costante affanno e nel complesso povero di idee. Persino incapace di giocare la partita del rinnovamento ideale e pratico a cui sarebbe obbligato dalle circostanze. E infatti il secondo lato parla di un certo disordine: giorno dopo giorno vari episodi dimostrano come a destra e a sinistra i vecchi rapporti stiano scricchiolando, senza che si riesca ancora  a immaginare il futuro prossimo.

Restiamo al primo volto. Sulla vicenda di Capua Vetere e sui licenziamenti alla Whirlpool (emblematici nel loro carattere di rivalsa), il premier ha preso iniziative e trasmesso messaggi rassicuranti. Le illegalità non sono tollerate e le riforme non si fermano: in particolare non verrà stravolta la riforma della giustizia, porta d’accesso per incrinare il potere di quella parte della magistratura che si è costituita in corporazione. Quanto ai licenziamenti, esistono gli strumenti per evitare che la ripresa economica si trasformi in una resa dei conti pagata dai ceti che più hanno sofferto nell’anno e mezzo della pandemia. C’è dell’altro, naturalmente. Ad esempio un’idea di fisco più moderna e, si spera, meno punitiva per il cittadino. Istanze sociali diverse, rispetto alle quali il presidente del Consiglio vuole essere la sintesi. Il cammino sembra privo di ostacoli insuperabili.

Invece il secondo volto racconta di un subbuglio simmetrico a destra come a sinistra. Nel primo caso, c’è la Lega di Salvini determinata a dare le carte.  A Bologna, l’altro giorno, ha imposto il suo candidato a sindaco contro il profilo preferito da Forza Italia. Al tempo stesso a Roma ha assecondato l’intesa per cui dal cda Rai è rimasta esclusa Giorgia Meloni, la principale oppositrice dell’esecutivo in carica. Sono stati eletti i candidati di Pd, 5S e Forza Italia. Niente Fratelli d’Italia. Ogni volta che può, Salvini cerca di mortificare la sua spina nel fianco. Per cui Meloni gode di tutto il successo virtuale nei sondaggi (si veda quello di Ilvo Diamanti), ma è isolata sul piano del potere tradizionale e vedremo come finirà la vicenda Rai. Di fatto, la Lega preferisce interagire con Renzi, ovviamente con Forza Italia e persino con il Pd, piuttosto che dare spazio a FdI. È la fotografia di un centrodestra in fase di transizione.

Nell’altro schieramento è sempre più evidente la precarietà del nesso Pd-5S incardinato sul quasi leader Conte. Finora l’ex premier non è riuscito a pronunciarsi in modo chiaro su nulla. Emblematica la scena muta davanti ai giornalisti che gli chiedono se a suo avviso la legge Zan va emendata o approvata così com’è. Fuori dal gioco di potere con Grillo non si capisce quale sia la proposta di Conte. E come sia possibile rimettere in sesto su tali basi reticenti il patto con Letta. Forse anche il centrosinistra si avvia a riconsiderare qualcosa della sua strategia. Magari dopo che si sarà concluso il braccio di ferro sulla Zan.

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