Guerra in Ucraina, nei tunnel con i bambini: “Solo qui possono salvarsi”

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KHERSON – Per le strade i volti bianchi dei bambini da venerdì non si vedono più. Nella città circondata, bombardata e da ieri violata dall’esercito russo, nessuno tira più calci ai palloni nel vuoto dei cortili sconvolti dalle macerie. Spenta ogni eccitata festosità, fermato ogni passo ozioso di chi, essendo piccolo, non sa con precisione come si fa a vivere. Questi fantasmi, che l’amore dei genitori non ha permesso di mettere prima in salvo, si agitano ormai solo nel sottosuolo. A Kherson migliaia di bambini da cinque giorni non vedono la luce, non respirano un’aria respirabile, non bevono un’acqua bevibile, non ascoltano un suono che non sia il fragore dei missili e delle bombe, capaci di oscurare le silenziose stelle.

«Ormai sono i nostri topi — dice Darijna, — se vogliamo salvare almeno loro dobbiamo nasconderli nelle fogne». Questa mamma, essendo maestra, ha aperto un asilo e una classe elementare nel rifugio scavato sotto il suo quartiere. L’esempio sta dando vita in città ad una piccola rete di catacombe scolastiche di guerra. I bambini, imprigionati sottoterra dalle loro famiglie, giocano insieme, o fanno i compiti, decisi a credere di condividere la grande avventura che può farli risvegliare già grandi. «Resta il rimorso — dice Lyudmila, nonna di 82 anni scappata a piedi da Kharkiv — di non aver portato via i nostri nipoti prima che fosse troppo tardi. Nessuno, nel Sud dell’Ucraina, voleva credere che i russi avrebbero attaccato noi, da sempre loro fratelli».

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Ora che Kherson è ormai accerchiata e in buona parte occupata, i suoi bambini-topo si preparano a restare nei tunnel, scavati nell’era dell’Urss come vie di fuga dai cantieri navali, fino a quando vivere sulla loro terra non tornerà un’esperienza normale. «Fino a domenica — dice il dodicenne Artem — ho potuto risalire a casa un paio d’ore al giorno, nella pausa tra gli allarmi delle sirene. Poi basta: sopra si è scatenata la battaglia ed è saltata anche la tivù. Mio padre vuole che io stia qui al buio, per terra e in silenzio. Mi ha promesso che appena viene il sole e arriva primavera, andiamo insieme sulla spiaggia».

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Il sindaco di Kherson, Igor Kolykhayev — stima in “oltre 13 mila” i bambini nascosti nei bunker per «evitare che i russi li usino come scudi umani per conquistare anche Mykolajiv e Odessa». Sarebbe inconcepibile, per i papà che resistono nella legione di difesa territoriale, sparare sui loro figli per fermare l’avanzata dei tank di Vladimir Putin. «Per vincere questa guerra — dice Kolykhayev, barricato nel municipio squarciato dai missili — bisogna avere sangue freddo. Ai nostri bambini ho detto che sono nati e da vecchi moriranno in una città ucraina». La tragedia è che da oggi per coltivare una simile speranza bisogna avere anche molta fede. Blindati e carri armati russi sbarrano le strade cittadine. Missili, bombe e colpi d’artiglieria piovono su palazzi, supermercati e scuole del centro.

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Le truppe del Cremlino, superato il fiume Dnipro e sbarcate sulla costa del Mar Nero, hanno stretto Kherson in una morsa. Per i 290mila abitanti non ci sono più vie di fuga. Posti di blocco e rastrellamenti degli invasori minacciano di sparare a chiunque cerchi di lasciare la propria casa passando tra paludi e campagne. L’assalto del mattino ha interrotto l’energia elettrica. Un razzo ha centrato l’acquedotto. Donne, vecchi e bambini, al freddo e senz’acqua, non hanno scelta: il popolo esausto dei profughi, con il suo cuore nero di piombo, sotto la neve bianca si è messo in marcia per tentare di rifugiarsi a Odessa, in Moldavia passando da Palanca, o in Romania. Qualcuno prova a superare 200 chilometri, altri più di 300. L’ultimo attacco, mentre a Nord cadeva Charkiv, ha riunito qui i reparti speciali saliti dalla Crimea con le colonne avanzate dal Donbass e da Mariupol. Ancora una volta la gente ucraina pensa così a salvare i bambini, costi quel che costi.

«Si chiama patria — dice Kristina — perché ha dei figli. Se questi muoiono, scompare anche lei». Spinge una carrozzina nel fango gelato: dentro c’è un bambino di quattro mesi. Tiene per mano la primogenita Olga di cinque anni, che avanza con la cartella di scuola sulle spalle e una borsa trasparente gonfia di giocattoli. Attorno a loro, per decine di chilometri, la processione fradicia degli sfollati da Kherson e da Charkiv, in marcia “verso la libertà” con la vita in una valigia rotta. Migliaia: stipati su pullmini gialli, aggrappati ai trattori, nei bagagliai delle auto, in bicicletta e sopra i carri trainati dai cavalli. La maggioranza però cammina a piedi. «I russi colpiscono i veicoli — dice Darjina, 32 anni e tre bambini che la seguono mordendo mele —: temono siano imbottiti di esplosivo. A Odessa o sul confine pagheremo qualcuno per portarci lontano. Forse non arriveremo mai: non c’è scelta».

Nella marea in fuga dal Sud anche una fila di pullman che evacuano 480 studenti cinesi e indiani. Volontari, lungo la via del contemporaneo calvario ucraino, distribuiscono pane, acqua, coperte, scarpe, sacchi a pelo e pannolini per passare la notte nei canneti. Migliaia anche i maschi che scortano compagne, madri e figli fin dove possono, non oltre i confini della propria municipalità, così da non finire incriminati per diserzione. «Se trovano un passaggio saranno a Chisinau entro tre giorni — dice Dmitrji, 26 anni, manovale —: mi hanno promesso che non si gireranno per morire a casa». Guarda la sua famiglia andare via: la moglie, la madre, una sorella e due figli. Non gli rimane che la guerra: frenare i russi per proteggere la fuga di chi un giorno dovrà far risorgere il Paese. Per questo a Kherson si combatte strada per strada: sotto giocano i bambini-topo, fuori corrono via quelli farfalla.

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