Guerra in Ucraina, parte l’operazione shock di Putin

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Una campagna per spazzare via le forze armate ucraine e spezzare la volontà di resistenza di tutto il Paese. Dalle prime frammentarie informazioni emergono i tratti di un’operazione che va oltre gli obiettivi strettamente militari e punta a gettare nel terrore l’intera nazione. E’ come se Vladimir Putin avesse scatenato in Europa la versione russa di “Shock and awe”, l’ondata di  bombardamenti condotta nel 2003 dagli Usa in Iraq per demolire i capisaldi del regime di Saddam Hussein e frantumare qualsiasi capacità di combattimento del suo esercito. Mosca ha messo in campo tutto il suo arsenale: dai missili balistici Iskander ai cruise, dai grandi bombardieri ai droni, all’artiglieria pesante ai lanciarazzi multipli.

Gli attacchi che vengono registrati da prima dell’alba in tutte le principali città ucraine sembrano infatti diretti a un doppio obiettivo: cancellare le infrastrutture della Difesa e trasmettere un messaggio agghiacciante alla popolazione. Incursioni in apparenza “chirurgiche”, mirate con precisione contro obiettivi di natura militare, ma che allo stesso tempo hanno messo gli abitanti davanti alla terribile realtà di una guerra senza quartiere.

I raid sulle città, portati a termine soprattutto con missili balistici e da crociera, paiono concentrati sugli snodi nevralgici delle forze armate ucraine: comandi, depositi di munizioni, centrali di comunicazione, porti e soprattutto aeroporti. Piste e hangar dell’aeronautica sono stati bersagliati ovunque nel Paese: anche nella parte occidentale più vicina alla frontiera polacca. Almeno cinque basi dell’aviazione e il quartiere generale della Guardia Nazionale risultano distrutti.

A Odessa, sul Mar Nero, una raffica di missili Kalibr – forse partiti dai sottomarini – hanno devastato le installazioni portuali della principale base della marina ucraina. Non si ha notizia di navi affondate, ma è probabile che le poche vedette della flotta di Kiev siano state messe fuori uso. Ci sono voci dell’intervento di truppe da sbarco russe nel tratto di costa tra Odessa e Mariupol, per prendere alle spalle le postazioni ucraine lungo quella che è una delle direttrici chiave dell’offensiva terrestre.

Ben prima del sorgere del sole, dalla Crimea lunghe colonne di mezzi corazzati hanno puntato verso il confine. Stanno avanzando in due direzioni: verso Mariupol, appunto, il centro conteso dal 2014 e ritenuto strategico da Mosca perché controlla i rifornimenti idrici della Crimea, e verso il Donbass meridionale. A Mariupol si prevede che gli ucraini tenteranno di resistere con maggiore incisività.

Ma i fronti principali del rullo compressore scatenato dal nuovo Zar sono altrove. Subito dopo l’annuncio della guerra, dalla Bielorussia centinaia di cannoni di grosso calibro e lanciarazzi pesanti Smerch hanno aperto il fuoco sulle posizioni ucraine: dai palazzi di Kherson era possibile vedere l’orizzonte dilaniato dalle esplosioni nell’oscurità. Uno sbarramento come quello utilizzato nelle due guerre mondiali, con centinaia di ordigni che piovono per ore devastando ogni trincea e minando il morale dei combattenti. Poco dopo l’alba i gruppi tattici Btg russi accolti dal governo alleato di Minsk hanno cominciato la loro marcia. Non si sa ancora se punteranno verso Kherson o formeranno una tenaglia di acciaio intorno alla capitale.

Lo stesso martellamento dell’artiglieria si è ripetuto nel Donbass, mentre i missili cruise facevano saltare in aria il quartiere generale ucraino nella regione. La premessa a una manovra su due direttrici. Mezzi corazzati russi – molti con un circolo bianco sulle fiancate – sono entrati nel territorio delle repubbliche separatiste, avanzando verso le trincee ucraine. Li accompagnano elicotteri da battaglia Ka52 Alligator, pronti a eliminare qualsiasi ostacolo.

Una massa d’urto ancora più massiccia invece dovrebbe procedere da nord verso Kharkiv, la città più grande dell’area presa di mira dalle incursioni missilistiche. Ma da questa zona arrivano pochissime notizie. 

Ovunque vengono segnalati problemi nelle comunicazioni radio e telefoniche. I social media – tranne TikTok – in larga parte del Paese paiono non funzionare. Non è un effetto dei bombardamenti, ma dei sistemi di disturbo elettronico schierati dall’armata russa, che cercano di impedire qualsiasi forma di coordinamento della resistenza.

Infine c’è anche una battaglia diversa che è stata scatenata simultaneamente alle cannonate, fatta di disinformazione e propaganda per spingere gli ucraini a gettare le armi. Video di soldati uccisi nei primi combattimenti tra le case del Donbass sono stati trasmessi sui canali Telegram; “E’ meglio arrendervi o finirete come loro”.

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