Hanno tutti ragione | Boccassini, l’amore con Falcone e un altro colpo alla magistratura italiana

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Ho letto La stanza numero 30, l’autobiografia di Ilda Boccassini edita da Feltrinelli, in poche ore e con gusto. Boccassini è stata una dei più conosciuti magistrati italiani, titolare di inchieste discusse e ipernarrate, dalla Duomo Connection degli anni Ottanta fino al caso Ruby, il suo ultimo più celebre processo. Ha avuto una vita piena e movimentata, cosa che certo aiuta a rendere la lettura avvincente. Ma non è solo questo. 

C’è nel libro una forte e secondo me del tutto sincera tensione emotiva, l’amore per il suo lavoro, la volontà di mettere a nudo una storia che ha rilievo pubblico ma che, come tutte le nostre vite, è intessuta degli inciampi, le debolezze, le euforie private. Un intreccio che solo gli sciocchi possono ritenere evitabile o censurabile. 

In particolare ha fatto molto discutere – per essere gentili, in alcuni casi è costata all’ex pm veri e propri insulti – la scelta di Boccassini di dedicare un capitolo in particolare al racconto della sua inedita storia d’amore con Giovanni Falcone. A un certo punto della confessione c’è un capoverso isolato, “Me ne innamorai”, che deve fare un certo effetto su chi arriva a leggere senza essere stato preavvisato da anticipazioni e recensioni. Me ne innamorai, scrive dunque Boccassini di Falcone e somiglia a quelle inquadrature cinematografiche dove la composizione, l’angolatura o il taglio di luce restituiscono un momento irripetibile e certo memorabile per chi assiste.

Lei e Falcone lavorarono insieme alcuni anni e Boccassini lo vide ancora l’ultima volta poche ore prima che il tritolo della mafia lo uccidesse a Capaci. A distanza di trent’anni dai quei fatti la ex pm dedica al racconto di quel sentimento pagine appassionate, di spietata ingenuità, spietata verso se stessa dato che Ilda la Rossa, come era nota bonariamente sui media progressisti e guareschianamente su quelli della destra berlusconiana, in quanto tripla toga rossa, abito animo e criniera, non teme di raccontare di una notte in aereo verso Buenos Aires trascorsa abbracciata a Falcone ascoltando Gianna Nannini nelle cuffie del walkman, per chi ancora sa cos’era, o di una mano afferrata durante una sognante nuotata di coppia all’Addaura, la casa al mare di Falcone, proprio davanti agli scogli dove la mafia provò una prima volta a farlo saltare in aria.

Non l’avesse mai fatto, Ilda, di raccontare il suo amore. Lo spettro delle reazioni ha spaziato dalla più modesta accusa di gratuità a quella più grave, l’aver oltraggiato la memoria della moglie di Falcone, morta con lui a Capaci. Un’accusa così ridicola e marchiana da non meritare controbiezione, se non quella che i moralisti sono spesso a caccia della posizione più comoda e meno rischiosa persino quando paiono all’apice dello sdegno, e quindi prendono a prestito la difesa della memoria di una donna presuntamemte violata da un’altra donna anziché, al limite, biasimare l’adulterio di un uomo. Posto che, in questa polemica del nulla, non c’è nulla da biasimare, tranne chi trova stonate o superflue quelle belle pagine del libro. 

Ma c’è un’altra questione che fa riflettere. Si è parlato e scritto più di questo love affair raccontato nel libro che del devastante ritratto della magistratura italiana che ne esce. Carrierismo, opportunismo, correntismo, violazione consapevole delle regole e dei codici, complotti mediatici. A cominciare proprio da quelli che subì Falcone. Ma non sempre, a dispetto della narrazione di Ilda, i difetti stavano solo nella magistratura che è facile dipingere “cattiva”, quella dei veleni e delle invidie personali verso Falcone, talvolta erano i medesimi della parte “buona”, la sua, quella del pool Mani pulite di Di Pietro e Davigo e della procura di Milano guidata da Francesco Saverio Borrelli.

Parlando della gestione allegra e cialtronesca dei pentiti da parte di molti suoi colleghi, messa in opposizione a quella che Falcone usò con Tommaso Buscetta, Boccassini arriva a scrivere: “Quante carriere si sono sviluppate a scapito della verità e dell’obiettività in questi trent’anni?”. La risposta, purtroppo, la conosciamo. Ma di aver posto con sincerità la domanda ringraziamo Ilda la Rossa e la sua bella biografia. Leggetela, non vi annoierete.

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