Hanno tutti ragione | Conte e la giustizia M5S, è tutto un equilibrio sopra la follia

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Di tutte le opinabili dichiarazioni di Giuseppe Conte quella che mi ha sempre colpito di più è questa: “Per principio non sono né per il giustizialismo né per il garantismo che riflettono visioni manichee”. Conte la pronunciò da presidente del Consiglio in carica, nella sua prima esperienza, quella di governo con la Lega.

C’è dentro molto dello stile Conte per come lo abbiamo conosciuto in questi anni: la tendenza a mostrare equidistanza, a non chiudersi mai alcuna porta, a presentarsi come portatore di equilibrio e armonia in un contesto di conflitto. Una posa che ha pure giovato al suo consenso personale, ancora molto forte. Nulla di diverso, per esempio, dalle decine di dichiarazioni attendiste sul Mes, che davano credito sia a chi ne invocava l’attivazione sia a chi lo presentava come il male assoluto, o anche dal suo recente commento al video di Beppe Grillo in cui il fondatore M5S difende il figlio accusato di stupro, rovesciando di fatto l’accusa sulla disponibilità della ragazza e insinuando ragioni politiche nell’azione della magistratura.

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Conte è riuscito nell’impresa di dare ragione all’uno e agli altri: capisce il padre ma ha fiducia nella magistratura, empatizza con l’Elevato ma condanna la violenza sulle donne. Non importa che le due affermazioni nella stessa frase si contraddicano palesemente, dato che non è in discussione la volontà di un padre che difende il figlio quanto le ragioni e gli argomenti di questa difesa, sui quali un leader politico sarebbe chiamato a esprimere una posizione chiara. Conte ritiene di aver trovato ancora una volta il modo di non scontentare nessuno. Del resto, parliamo del presidente del Consiglio che ha concesso a Matteo Salvini il varo dei decreti sicurezza e poi agli avversari di Salvini la loro (parziale) abrogazione, e anche dello stesso che mentre si avvia ad assumere la guida del Movimento spiega di non avere alcuna intenzione di entrare nelle beghe che lo dilaniano, né con Crimi né con Casaleggio, né con Di Maio né con Di Battista. Scegliere significherebbe esercitare una leadership politica e a Conte, come a Palazzo Chigi, interessa esercitare un ruolo, non una guida. Il resto viene di conseguenza, se viene, quando viene.

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Ma quella dichiarazione sulla giustizia resta la più sconcertante, anche perché lì a parlare non era solo il politico novizio e un po’ naif, ma uno stimato avvocato e giurista titolare di una cattedra di Diritto. In quel caso Conte fa qualcosa in più che posizionarsi fuori dalla mischia. Raccoglie, infatti, un mefitico spirito del tempo per sostenere che garantismo e giustizialismo sono opposti estremismi, da respingere in quanto tesi fanatiche di scalmanati che impediscono la scelta del giusto mezzo.

Come chi dice di non credere all’esistenza di sinistra e destra lo fa quasi sempre da posizioni di destra, allo stesso modo chi considera il garantismo una deviazione opposta e speculare al giustizialismo si iscrive automaticamente a quest’ultima scuola di pensiero.

Il garantismo non è una fisima ideologica, è un pilastro costituzionale e un fondamento ineliminabile dello Stato di diritto. Difende il principio sacro della presunzione di innocenza e soprattutto ispira un caposaldo della procedura penale, cioè la certezza che accusa e difesa possano battersi ad armi pari lungo tutto l’iter di un procedimento giudiziario.

Garantismo non significa infatti innocentismo, che è al limite una posizione di secondo livello che ciascuno può liberamente assumere nel dibattito pubblico rispetto a un’indagine o una disputa processuale. Questo equivoco è figlio soprattutto della stagione berlusconiana, quando l’obiettivo era screditare a priori l’azione della magistratura (mentre il centrodestra varava le leggi ad personam, contestualmente combatteva e abrogava molte norme di civiltà giuridica, perché dietro il sedicente garantismo di certa destra nostrana c’era e c’è solo un principio classista della giustizia, scappatoie e salvacondotti per le classi abbienti e inferno penale per tutte le altre).

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Il garantismo non è il tifo per l’indagato e non si applica in ragione della presunzione di innocenza ma a prescindere, vale anche per il reo confesso o per l’evidente colpevole, perché significa accertarsi, per esempio, che non vi sia abuso di carcerazione preventiva, che siano rispettati i tempi di chiusura delle indagini, che la difesa sia messa in condizione di valutare e utilizzare gli elementi a disposizione dell’accusa affinché si arrivi a una sentenza equa. Sostenere, come Conte, che garantismo e giustizialismo siano deviazioni parallele e manichee è come dire “non sono né per l’uguaglianza né per il razzismo”, che può anche essere un modo di vedere la cosa, a patto di riconoscere che la scelta è quella di dissociarsi con pari leggerezza da un principio illuminista e da una stortura aberrante.

Quando si osservano le contorsioni del Movimento 5 Stelle in tema di giustizia bisogna aver bene presente questa base deformante. Non solo l’uso del termine garantista come parolaccia, ma proprio la difficoltà a comprenderne il senso autentico. Commentando a sua volta il video di Grillo, l’ex ministro Danilo Toninelli ha espresso “disprezzo” per i “garantisti fino a ieri” che non si sono mobilitati per il figlio di Grillo, perché nella sua testa il “garantista” è uno che combatte la magistratura e sposa la tesi dell’accusato e se ora non lo fa è solo perché a giudizio rischia di andare un avversario politico, seppure per interposto familiare.

Il manicheismo, in realtà, è quello dei giustizialisti convinti che il mondo si divida in paratìe, di qua i Buoni e di là i Cattivi, e che quindi si possa mettere in dubbio l’azione della magistratura solo quando a essere oggetto dell’inchiesta sono i presunti Buoni, ai quali è lecito anzi doveroso offrire il conforto delle garanzie, come testimonia l’eccezionalità con la quale Il Fatto, organo supremo del giustizialismo, valorizza le ragioni della difesa persino nei titoli degli articoli quando a incappare in un’inchiesta o in una grana di giustizia sono i sodali del Bene (il figlio di Grillo, ma anche Raggi o Bonafede).

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Ecco perché non ha senso rimproverare il grillismo e i grillini di aver scoperto solo ora il garantismo. Non hanno scoperto proprio nulla. Continuano ad applicare il metodo di prima, sono come l’automobilista in contravvenzione che apostrofa il vigile, “andate a prendere i veri criminali”, e i veri criminali sono in questa visione una classe antropologica a sé stante con la quale gli “onesti” per (auto)definizione ritengono di non dover condividere nemmeno il rispetto delle regole dello Stato di diritto, a loro concesse e agli altri negate.

Nel video di Grillo, peraltro, non c’è un’oncia di garantismo. C’è solo un’aggressione alla presunta vittima e un tentativo di aggirare l’iter giudiziario promulgando una sentenza mediatica di assoluzione. Una sentenza anticipata, in un senso o nell’altro, proprio come quelle che i giustizialisti si sono sempre sentiti in diritto di pronunciare.

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