I decessi per Covid 19 stanno diminuendo

I decessi per Covid-19 stanno diminuendo?

La Republica News
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RISPETTO all’inizio della pandemia, la proporzione di decessi per coronavirus in confronto a tutti i casi identificati sembra essersi ridotta. Un dato, quello del tasso di letalità nei pazienti affetti da Covid-19, emerso in diverse parti dello mondo. A parlarne è un articolo di Nature, che racconta le testimonianze di alcuni ospedali in India e altrove che hanno osservato un calo dei decessi, senza tuttavia riuscire a darne una motivazione precisa: non abbiamo messo a punto alcun farmaco miracoloso o vaccino e non c’è stato nessun grande progresso nel trattamento della Covid-19. Tra le ipotesi, racconta il giornale, ci potrebbero essere l’esperienza acquisita nei primi mesi della pandemia, una migliore comprensione di come trattare i pazienti più gravi e per ultimo, ma non meno importante, un minor carico dei ricoveri in terapia intensiva. Per quanto riguarda l’Italia, gli esperti sono scettici, anche perché ora le priorità sono ben altre: quelle di fermare la diffusione del coronavirus per non arrivare alla saturazione delle terapie intensive. LEGGI – Terapie intensive verso il limite, a rischio 10 regioni 
Il calo dei decessi negli Usa e nel Regno Unito
A sottolineare che il numero di decessi per Covid-19 si è ridotto sono anche due recenti studi scientifici. Nel primo, che ha preso in esame 5000 ricoveri ospedalieri per coronavirus effettuati tra marzo e agosto al NYU Langone Medical Center, è emerso che il tasso di letalità dei pazienti ospedalizzati è sceso dal 25% al 7,6% (un valore, sottolineano i ricercatori, comunque estremamente elevato). Sebbene nell’arco di tempo preso in esame il gruppo di pazienti fosse   più giovane (si è passati infatti da una media di 63 anni di età a 49 anni) e arrivava in ospedale con sintomi meno gravi rispetto all’inizio della pandemia, i ricercatori hanno ipotizzato che a influire su una miglior sopravvivenza ci siano stati anche altri fattori, tra cui una crescente esperienza degli operatori sanitari nel trattare i pazienti. A confermare questi risultati, c’è anche un’altra ricerca, svolta nel Regno Unito. Dalle analisi, infatti, è emerso che su 21mila casi di ricoveri in terapia intensiva nel Regno Unito è stato registrato un calo della mortalità del 20% dall’inizio della pandemia fino a maggio scorso. In questo caso, ipotizzano i ricercatori, il miglioramento della sopravvivenza non è dovuto tanto al cambiamento delle caratteristiche dei pazienti (come per esempio l’essere più giovani o con meno comorbidità), ma piuttosto una miglior comprensione della malattia, l’introduzione di trattamenti efficaci, come parte delle sperimentazioni cliniche, e la diminuzione del carico della terapia intensiva. Come sottolineano gli autori dello studio, infatti, i tassi di mortalità sono ancora molto elevati e bisogna fare tutto il possibile per controllare la diffusione del coronavirus e mantenere al minimo i ricoveri ospedalieri. 
La situazione in Italia
“A livello internazionale, molti esperti si sono interrogati se effettivamente la letalità per Covid sia cambiata”, commenta Stefania Salmaso, epidemiologa ed ex direttore del Centro nazionale di epidemiologia, sorveglianza e promozione della salute dell’Istituto superiore di sanità. “In alcune segnalazioni, infatti, viene evidenziato che la mortalità intraospedaliera è effettivamente più bassa, seppur, rispetto alla prima ondata, non ci siano oggi farmaci che riescono a curare la malattia, ma sono state messe a punto e identificate delle strategie che hanno abbassato il rischio di decesso, come per esempio il trattamento con l’eparina o cortisonici”.Da questo punto di vista, suggerisce l’esperta, si è imparato dalla prima ondata a trattare i pazienti secondo procedure più standardizzate. “Il problema è che se adesso la velocità con cui si verificano i nuovi casi, anche quelli più gravi, non rallentasse a breve aumenterà la quantità di pazienti che sono ricoverati in ospedale, con un conseguente affollamento delle terapie intensive e dei reparti specializzati”. Il numero dei decessi che osserviamo in Italia oggi, sottolinea l’esperta, appartiene ai malati di almeno venti giorni fa e più si ritarda nell’introdurre contromisure più c’è il pericolo che il numero dei casi gravi aumenti, arrivando a una saturazione delle terapie intensive. LEGGI – Coronavirus, meno decessi dove ci si è vaccinati di più contro l’influenza 
La difficile stima della mortalitàCalcolare la proporzione di decessi dovuti a  Covid-19 o anche la letalità tra i casi identificati è piuttosto complesso, in quanto dipende principalmente dalla nostra capacità diagnostica. Va da sé, quindi, che fare un confronto tra aree diverse e, addirittura, continenti risulta particolarmente difficile. Per quanto riguarda la letalità il valore a livello globale è di circa il 2-3%. “In Italia abbiamo registrato una letalità maggiore, soprattutto per le fasce d’età più anziane”, spiega Salmaso. “Mettendo insieme i dati dell’Istituto superiore di sanità sia della prima ondata che di quella attuale, il valore nazionale per la letalità si aggira intorno al 4,8%”. Se si fa una valutazione per fascia d’età, sottolinea l’esperta, si osserva che il valore è molto maggiore, fino al 20-30%, soprattutto tra anziani, oltre i 79 anni. “È chiaro, quindi, che la letalità dipende dai casi e dalla composizione della popolazione: se la popolazione è più giovane, è più probabile che abbia un decorso clinico più favorevole”, commenta Salmaso. 
Un calcolo difficile
Ma fare i conti, anche in questo caso, è estremamente difficile. “Per calcolare la letalità bisognerebbe sapere quanti sono tutti gli infetti in circolazione”, spiega l’esperta, ricordando come durante la prima ondata in Italia siano stati identificati con accertamento virologico solo i sintomatici, con una sottostima dei casi pari a circa 6 volte di meno. “Possiamo quindi immaginare quanto sia complesso e inadeguato confrontare nazioni e contesti molto differenti”. La popolazione di casi che abbiamo stimato durante la prima ondata (principalmente sintomatici) e quella che si sta osservando ora (anche gli asintomatici, che fino a qualche settimana fa erano circa il 70%), è completamente differente in termini di demografia (età), avendo adesso più casi giovani, con  mediana di 42 anni di età, rispetto alla prima ondata dove l’età mediana era superiore ai 60 anni. “Purtroppo da ottobre stiamo osservando un continuo aumento dell’età mediana dei casi e uno spostamento verso le fasce più critiche, dove la frequenza di malattie croniche, fattori di rischio per complicanze ed esito sfavorevole, sono più frequenti”, conclude Salmaso. “In Italia si stima che un quarto delle persone sopra i 65 anni di età ha almeno due patologie croniche e meno della metà della popolazione in questo gruppo di età non ha nessuna patologia cronica”.         


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