I sei personaggi che hanno fatto la

I sei personaggi che hanno fatto la Brexit

La Republica News
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LONDRA – Sulla Brexit ne sono state dette talmente tante, una tragedia, una liberazione, una telenovela senza fine, che per dire l’ultima parola ci vorrebbe Pirandello: così è, se vi pare. Ma per riassumerla si può parafrasare un’altra opera del grande drammaturgo siciliano: raccontando i sei personaggi che, per diverse ragioni, l’hanno ostinatamente cercata, anche quando davano l’impressione di avversarla. Nel giorno del definitivo B-day, il Brexit Day, in cui alla mezzanotte del 31 dicembre, fine della fase di transizione, l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea diventa realtà a tutti gli effetti, il film di quello che è successo dal referendum del 2016 ad oggi ha come interpreti questa mezza dozzina di politici destinati a passare alla storia. Se per buone o cattive ragioni, lo scopriremo a partire da domani. 

Nigel Farage

(afp) L’ex-leader dell’Ukip (United Kingdom Independence Party) aveva un solo programma, evocato fin dal nome del suo partito: ottenere l’indipendenza della Gran Bretagna dalla Ue. È stato lui il primo a chiedere con insistenza un referendum popolare sull’argomento. “Un clown”, lo definiva l’allora premier conservatore David Cameron. Ma con un’aria da folletto e a suo agio soprattutto al pub, sbandierando l’euroscetticismo ad oltranza Farage conduce sorprendentemente l’Ukip a vincere le elezioni europee del 2014. Accende così la miccia del sovranismo populista. E da quella fiammata divampa un fuoco che non si è ancora spento.

Non più deputato a Strasburgo, dove sedeva solo per provocare, mai eletto deputato in patria, l’ex-capo dell’Ukip diventa comunque il migliore amico inglese di Donald Trump, che appena entrato alla Casa Bianca lo suggerisce addirittura come ambasciatore britannico a Washington. Nessuno gli dà retta. E ora, senza più Trump a Washington, la piccola stella di Farage sembra destinata a scomparire. Ma la Brexit è cominciata da lui.    

David Cameron

(afp) Sperando di spegnere il focherello acceso da Farage, il leader dei Tories indice il referendum sulla Brexit. Non sarebbe costretto a farlo: ma teme che l’Ukip, ripetendo l’exploit delle europee, gli porti via un po’ di voti alle elezioni britanniche del 2015. Farage non può sperare di vincerle, perché si tengono con il sistema maggioritario, non con il proporzionale che, anche in virtù di una bassissima affluenza alle urne, gli ha permesso di risultare il primo partito alle europee dell’anno precedente. Può tuttavia impedire a Cameron di essere rieletto.

Il calcolo del leader conservatore è chiaro: promettendo un referendum sulla Ue nel 2016, terrà con sé il voto degli euroscettici che hanno votato Farage alle europee. Poi, nel referendum, si schiererà per restare nella Ue, dopo avere negoziato qualche presunta nuova concessione da Bruxelles, e lo vincerà facilmente perché anche i laburisti sono contrari alla Brexit. Tutto l’establishment è contrario alla Brexit: dalla Confindustria al Financial Times. Eppure, destra e sinistra, alleate in questa battaglia, la perdono. Il risentimento verso globalizzazione, immigrazione e soprattutto sei anni di austerity varata dal governo di Cameron, è troppo forte.

La Brexit passa di misura, 52 a 48 per cento, rivelando una nazione divisa grosso modo a metà: i centri urbani e la parte più istruita della popolazione votano per rimanere nella Ue, la provincia e la classe lavoratrice votano per uscirne. La scommessa di Cameron fallisce e, a risultati appena annunciati, lui annuncia le dimissioni. Lo chiamavano “Tory Blair”, perché sembrava un discepolo di centro-destra del leader del centro-sinistra. Ma come l’Iraq fa cadere Blair, la Brexit è fatale a Cameron.
 
Theresa May

(afp) Il favorito per rimpiazzare Cameron è Boris Johnson, vincitore della campagna referendaria per la Brexit, in cui ha percorso in lungo e in largo il Paese promettendo un nirvana fuori dall’Europa senza alcun prezzo da pagare: “La botte piena e la moglie ubriaca”, secondo una sua affermazione. Ma quando Johnson sta per presentare la candidatura premier, il suo vice nella campagna per la Brexit, Michael Govem lo pugnala alle spalle: “Non è all’altezza di Downing Street, ve lo dico io che l’ho conosciuto da vicino”. Boris si ritira imbarazzato. Gove si candida al suo posto, rivelandosi ben presto totalmente privo di carisma. E così le primarie per il posto di leader dei Tories, che consegnano anche automaticamente quello di primo ministro, vanno a Theresa May, ex-ministro degli Interni, una su cui all’inizio pochi avrebbero puntato.

Ha fama di eterno secondo: fin dall’università, in cui presiedeva il club degli studenti conservatori, ma quello di serie B (quello di serie A era presieduto da Johnson). Nel referendum ha votato contro la Brexit, ora le tocca di portarla a compimento. Potrebbe essere la chance di unire una nazione divisa quasi esattamente a metà, negoziando con l’opposizione laburista per realizzare una soft Brexit: fuori dall’Unione europea, per esempio, ma dentro al mercato comune o all’unione doganale, come la Norvegia, la Turchia o la Svizzera. Ma Theresa May ambisce a diventare una nuova Thatcher, vuole dimostrare, in primo luogo a se stessa, di essere un’altra “lady di ferro”. Inoltre soffre la presenza di Boris Johnson, che nomina ministro degli Esteri, che la punzecchia in continuazione accusandola di non essere abbastanza brexitiana.

I suoi tentativi di accordo con la Ue franano uno dopo l’altro. Alla fine viene sfiduciata dai propri deputati e rimpiazzata, in un classico golpe di palazzo, da Johnson. L’eterna seconda torna ancora una volta al suo posto. Blair e Cameron, una volta costretti a dimettersi da premier, perlomeno hanno l’intelligenza di dimettersi anche da deputato. Lei invece conserva il seggio ai Comuni, dove strepita amaramente contro le scelte dell’uomo che l’ha rimpiazzata, come una moglie tradita: “Il mio accordo sarebbe stato meglio del tuo”, sono le sue ultime parole famose.

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Jeremy Corbyn

Un po’ come Hillary Clinton, che nel 2016 sarebbe diventata presidente al posto di Trump se avesse preso 60mila voti in più in tre Stati, il fronte dei Remainer (Rimanere – sottinteso nella Ue) avrebbe prevalso se nel referendum avesse preso 600mila voti in più. L’opinione dominante dei politologi è che quei 600mila voti mancanti, su 35 milioni di elettori andati alle urne, fossero principalmente laburisti, rimasti a casa, senza votare, o che hanno votato Brexit. A non scaldarne il cuore con i valori dell’Europa unita è il loro leader, Jeremy Corbyn.

Anche lui, come Theresa May, diventato leader del proprio partito un po’ per caso, dopo due sconfitte consecutive alle urne dei predecessori Gordon Brown e Ed Miliband. Entrambi più di sinistra di Blair, ma non di sinistra quanto Corbyn, considerato la primula rossa del parlamento britannico, uno che si dice socialista, decanta le virtù del marxismo e canta Bandiera Rossa. Alle primarie del 2015 è il candidato con meno chance secondo i bookmaker, ma non c’è un candidato forte, il partito è diviso, Corbyn si rivela una boccata di spontaneità e batte tutti. All’inizio sembra un nuovo tipo di politico: sincero, senza bisogno di spin-doctor, capace di parlare all’uomo della strada e di entusiasmarlo. La campagna per la Brexit è la sua prima sfida da leader. La corre senza correre, in pratica, preferendo andare in vacanza all’estero. Non si ricorda un suo solo comizio a favore della Ue. Quando chi scrive gli chiede in un’intervista come mai non ama l’Europa, lui risponde: “Non è vero che non la amo, ma…” e giù mezz’ora di ragioni per cui la detesta. Che tipo di ragioni? In sostanza, Corbyn vede la Ue come un club di banchieri capitalisti, magari se li immagina pure ebrei se dobbiamo dare retta allo scandalo sull’antisemitismo che ha tollerato a lungo nel suo partito.

Lui invece sogna di fare la rivoluzione. E crede che sia più facile costruire “il socialismo in un solo Paese”, che all’interno della Ue. Inoltre è erroneamente convinto che le regole dell’Unione europea gli impedirebbero le vaste nazionalizzazioni e le riforme di stampa sociale che ha in mente: e per quanto qualcuno cerchi di fargli capire che non è così, non cambia idea. Insomma, la Brexit non gli dispiace, anzi, spera di arrivare al potere cavalcandola. Perciò non si attiva a fare campagna elettorale per i Remainer nel referendum. Avrebbe una seconda occasione di impedire l’uscita dalla Ue.

Nelle battute finali del governo di Theresa May, al parlamento britannico circola la proposta di un governo anti-brexitiano di unità nazionale, che unisca tutte le forze di opposizione più i conservatori europeisti. L’intento sarebbe prendere il potere con il solo obiettivo di indire un secondo referendum sulla Brexit, chiarificatore. Poi si andrebbe a elezioni generali. Ma i conservatori pro-Ue, comprensibilmente, non possono accettare un premier laburista, anzi socialista, nemmeno a interim, come sarebbe Corbyn, quindi chiedono una figura unificatrice, come ad esempio Kenneth Clarke, il “father of the House”, più anziano deputato di Westminster, ex-ministro del Tesoro e contrario alla Brexit. Corbyn rifiuta. E il risultato è che a Downing Street ci arriva Boris Johnson, portando a compimento la sua Brexit.

Il bilancio finale del leader del Labour include due elezioni e due sconfitte, la prima di misura contro Theresa May, la seconda un tracollo contro Johnson, la peggiore sconfitta laburista in 85 anni. Se il Labour avesse avuto un leader differente, probabilmente non ci sarebbe stata la Brexit. Ma Corbyn, a modo suo, la cercava non meno di Farage, Cameron e May.  

Boris Johnson

(reuters) Più di tutti, naturalmente, a cercare la Brexit è Boris Johnson. All’inizio è indeciso: come è noto, prima di far sapere se si sarebbe schierato a favore o contro l’uscita dalla Ue, scrive due versioni diverse del suo editoriale per il Daily Telegraph, il giornale di cui l’ex-sindaco di Londra è diventato columnist. All’ultimo momento, decide di pubblicare la versione pro-Brexit. Un po’ perché si è sempre divertito a prendere la Ue per i fondelli, dai tempi in cui era il corrispondente del Telegraph da Bruxelles e raccontava, inventandoselo, che i burocrati europei stilavano norme per decidere perfino che forma dovevano avere le banane. Ma soprattutto sceglie la Brexit perché gli sembra il veicolo giusto per spodestare David Cameron e diventare premier.

I due erano rivali dai tempi di Oxford. Ma Boris, più vecchio, ha sempre pensato di essere lui il predestinato. La vittoria nel referendum sembra il veicolo giusto, Cameron si dimette, Downing Street è sua. La pugnalata del suo socio Gove spinge invece la outsider Theresa May a diventare primo ministro. Per tenerselo buono, May gli offre il posto di ministro degli Esteri. Ma non basta. Boris aspetta il suo momento, fa cadere anche lei e ne prende il posto.

Dopodiché sbaraglia Corbyn alle urne con la più ampia vittoria per un conservatore dai tempi della Thatcher. A quel punto deve riparare il danno che ha causato alla Gran Bretagna con la Brexit, anche perché nel frattempo è scoppiata pure la pandemia. A forza di concessioni, Boris ottiene l’accordo che scongiura il “no deal”, un divorzio dall’Europa senza accordi, e si dichiara vincitore. Riuscirà a emulare Churchill, il suo mito, su cui ha scritto anche un libro. Dipende in parte dal Covid. E in parte dall’ultimo personaggio della nostra storia.

Nicola Sturgeon

(afp) A livello nazionale, la Brexit vince 52 a 48 per cento. Ma in Scozia perde, ossia vince il fronte che vuole restare nella Ue, e anche largamente, 63 a 47 per cento. Per Nicola Sturgeon, premier del governo autonomo di Edimburgo, la Brexit diventa così un’opportunità storica. Nel referendum per l’indipendenza del 2014, gli indipendentisti scozzesi sono stati sconfitti (55-45 per cento) con un solido argomento: uscire dal Regno Unito avrebbe significato uscire anche dall’Unione europea. Ottenere di esservi riammessi non sarebbe stato facile, perché proprio Londra poteva mettere il veto a cui ha diritto ogni Stato membro della Ue. Ma ora, a causa di Londra, la Scozia si ritrova fuori dall’Europa unita. E l’unico modo per tornare a farne parte, a questo punto, è uscire dal Regno Unito.

I sondaggi, per la prima volta, danno in testa l’indipendenza. Sturgeon si prepara a chiedere un secondo referendum. Boris Johnson ha già detto che non glielo concederà. La faccenda potrebbe finire alla Corte Suprema. Se la Scozia ce la farà ad andarsene, se potrebbe seguirla, per ragioni analoghe, l’Irlanda del Nord, che a sua volta ha votato nel referendum per restare nella Ue, la Brexit potrebbe passare alla storia come l’evento che ha disunito il Regno Unito.

Film o romanzo, chiamatela come volete, questo storia che a tratti sembra un tormentone o una telenovela, che alcuni giudicano una tragedia e altri una liberazione, chiude dunque a mezzanotte del 31 dicembre 2020, ma lascia aperta la possibilità di un sequel dal risultato clamoroso al di là di quelle che saranno le conseguenze economiche. Da “Great” Britain dentro la Ue a “Little” England (vedremo che cosa vuole fare il Galles) fuori dalla Ue? Come si dice in inglese, “only time will tell”: solo il tempo potrà dirlo.    



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