Il dibattito per fare di Fortnite uno sport olimpico

La Republica News

Doveva essere l’estate dei giochi olimpici di Tokyo, sarà quella del lancio della mascherina in spiaggia e del salto indietro per rispettare il distanziamento sociale. Le Olimpiadi sono rinviate di un anno, come è noto, e questa pausa di riflessione sta servendo ad alcuni per perorare una causa di cui si parla da un po’: portare i videogame, e in particolare quelli che prendono il nome di esport, ai prossimi Giochi Olimpici. La proposta è caldeggiata da due diversi mondi: quello delle startup e della tecnologia da una parte; e quello del business e della politica dall’altra. Del primo fa parte il sitoTechCrunch che qualche giorno fa ha pubblicato un lungo post intitolato “Perché le Olimpiadi dovrebbero includere gli esports”. La tesi è che i Giochi Olimpici da trent’anni stanno perdendo il pubblico dei più giovani, con tutto quello che comporta in termini di ricavi, e che tutti i tentativi di recuperare un po’ di fascino, come inserire l’arrampicata fra le discipline, “sono patetici”; inoltre gli esport hanno una audience online mostruosa ma che non riescono a monetizzare ancora. Insomma, sarebbe un perfetto matrimonio di interessi. Ragionamento prevedibile dal sito preferito dagli startupper.Il secondo endorsement è stato invece clamoroso. Viene dall’austero settimanale britannico The Economist che per l’occasione ha modificato lo slogan olimpico Citius, Altius, Fortius, ovvero più veloce più alto più forte, in Citius, Altius, Fortnite, il popolarissimo videogioco. La domanda da cui prende le mosse il ragionamento è questa: se tra le discipline olimpiche ci stanno il dressage e il curling, perché non i videogiochi? Una obiezione è che negli esports si combatte e c’è una dose di violenza, per quanto figurata. Ma si combatte anche in diversi sport olimpici e la violenza della boxe non è nemmeno figurata, è la risposta. Molti obietteranno che muovere i pollici sul joystick per effettuare una kill non possa essere considerata una attività sportiva (ma tirare al piattello invece sì?). Infine c’è la questione del business: i videogiochi sono proprietà della case di produzione che li hanno creati, come gestire questo rapporto?


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