Il futuro di Draghi tra Conte e Grillo

Pubblicità
Pubblicità

Solo il tempo dirà quanto vale l’accordo trovato nei Cinquestelle tra Grillo e Conte, con Di Maio nel ruolo del mediatore saggio, votato in realtà a incapsulare l’ex premier. Al momento l’intesa sembra coprire varie debolezze: quelle dell’Elevato, che sono note, e quelle di un movimento disintegrato, incapace di ritrovare una rotta. Ma soprattutto la tregua riflette le difficoltà di Conte, proiettato su una linea barricadiera anti-Draghi che per avere senso avrebbe bisogno di idee chiare e soprattutto di un partito pienamente controllato. Costruirne uno nuovo di zecca per sfruttare l’onda della residua popolarità si è rivelata un’ambizione velleitaria; il tentativo di sottrarre a Grillo il movimento da lui fondato attraverso una serie di bizantinismi non ha dato esito migliore. Di conseguenza, ecco la sospensione delle ostilità. Che peraltro non cancella le mille ambiguità della diarchia; o forse del triumvirato, se si considera il ruolo defilato ma centrale del ministro degli Esteri.

Di sicuro le questioni interne hanno importanza per i diretti interessati: chi decide cosa, ad esempio sulla Rai, chi compila le liste elettorali. Ma è più interessante capire come si svilupperanno d’ora in poi i rapporti tra 5S e Pd, i due alleati. È la questione chiave dei prossimi mesi. Sul “Foglio” Goffredo Bettini – l’ispiratore della linea passata e in parte anche presente del Pd – è tornato ad affrontare il problema, difendendo Conte come interlocutore indispensabile, benché indebolito. Bettini mette in chiaro che Draghi va sostenuto senza mezze misure in quanto “garante della Repubblica” (un po’ come dire che si commetterebbe un errore fatale a lasciare che la destra se ne appropri); dopodiché ripropone il patto con l’ex premier, giudicato “il rappresentante più ragionevole, equilibrato, unitario anche nei confronti del Pd” del mondo 5S. Benché ammetta che “il no alla riforma della giustizia pesa”.

Come si vede, il rilancio dell’asse con Conte esige di sciogliere prima un nodo fondamentale. La riforma Cartabia non è un’iniziativa qualsiasi, bensì la pietra angolare dell’impegno chiesto dall’Europa all’Italia in vista di dare più efficienza al sistema giudiziario. Si può sostenere che sia troppo timida e infatti incombono i referendum per andare oltre, premendo sul Parlamento. Ma il rifiuto di Conte, in difesa del vecchio progetto Bonafede, va in direzione opposta rispetto alla strada presa dal governo Draghi. Non a caso il giornale del “contismo” ha insultato per giorni il presidente del Consiglio, accusandolo di voler “salvare i ladri” e di pretendere l’annientamento della magistratura.

L’ex premier non ha mai preso le distanze da tale offensiva, ha solo usato toni più cauti. Nella sostanza il rifiuto della riforma resiste. Non solo: l’accordo stipulato con Grillo non dice una parola sul tema, mentre le decisioni politiche risultano delegate a Conte. E allora? L’alleanza Pd-5S non può aggirare l’ostacolo. Il Pd non è in grado di essere insieme il baluardo che sostiene Draghi e il compagno di cordata del peggior nemico del governo. Certi impegni presi dai 5S a Palazzo Chigi circa l’iter della riforma andranno verificati nei fatti. Nel movimento continuano a esistere due linee diverse, il che rende l’intesa Pd-5S precaria. Tanto più nel momento in cui la popolarità di Conte è sovrastata da quella di Draghi in una chiave per la prima volta nazional-popolare. Guai a sottostimare la vittoria agli Europei di calcio.

Pubblicità

Pubblicità

Go to Source