Il giallo dei Bronzi Dorati di Pergola: chi sono e perché provarono a distruggerli?

Pubblicità
Pubblicità

La scoperta. La mattina del 26 giugno 1946, Giuseppe e Pietro, i due fratelli mezzadri del podere Rossi-Castellucci, ci danno dentro con la vanga e il piccone. Il “padrone” gli ha ordinato di scavare un canale di scolo per l’acqua piovana e il terreno è già duro come una roccia. Fa caldo, ma il lavoro va finito in fretta prima che piova di nuovo. Scava e scava, il piccone affonda un’ultima volta e produce un rumore metallico: sdeng! I due fratelli si guardano perplessi, la guerra è finita da poco e ovunque si trovano letali bombe inesplose. Con circospezione iniziano a dare colpetti di pala intorno a quell’oggetto metallico che ora, ritrovata la luce, risplende come oro al sole del mattino. “E’ oro!”. I due contadini corrono ad avvertire i proprietari del terreno, si allerta il parroco di Fossombrone, si continua a scavare, arriva tutto il paese e la scoperta è sensazionale. Dentro una fossa a cono rovesciato, larga quattro metri, emergono dai millenni due statue maschili a cavallo, a grandezza naturale, e due matrone. Sono i bronzi dorati di Pergola, l’unico gruppo romano di questo tipo giunto a noi dalla notte dei tempi, il solo ritrovato a seguito di uno scavo archeologico. Unici altri esempi al mondo sono il Marco Aurelio del Campidoglio e i cavalli di San Marco, che un tempo adornavano il grande ippodromo di Costantinopoli.

Per Pergola, per le Marche e per l’Italia è un tesoro eccezionale. E naturalmente si scatenano subito appetiti e campanilismi, non diversi da quelli sorti intorno ai bronzi di Riace. Ma ci torneremo, perché la battaglia di Pergola per mantenere a casa la “sua” meraviglia è una storia nella storia.

Intanto: chi sono i due cavalieri e le due donne? Perché sono stati sepolti? Per sfuggire a quale cataclisma bellico e invasione barbarica sono stati nascosti? Non è un caso infatti che siano giunte a noi così poche opere in bronzo, dato che il prezioso materiale nei secoli venne riutilizzato e fuso per farne armi e monete. Cosa ha preservato il gruppo marchigiano? E perché le statue sono state fatte a pezzi volontariamente, ridotte in 318 frammenti da una mano coeva all’opera? Le domande si affollano come un giallo e per risolvere questo cold case si sono spesi i più grandi storici e archeologici.

L’identità. Una prima ipotesi, che ancora resiste al tempo, è quella formulata nel 1960 da Sandro Stucchi. La ricca dotazione delle bardature dei cavalli, con la presenza di divinità come Giove e Venere, le ampie proporzioni, la nobiltà dei gesti, “fanno pensare che il gruppo di personaggi maschili a cavallo e di figure femminili a piedi non rappresenti personalità in vista di una città, ma appartenenti alla casa imperiale”. Stucchi azzarda i nomi e riconosce con sicurezza Livia, madre dell’imperatore Tiberio e vedova di Augusto, Nerone Cesare, primogenito di Germanico e Agrippina Maggiore; Druso III, fratello dell’altro cavaliere; Agrippina Maggiore, moglie di Germanico e madre dei due giovani. Lo storico spiega la distruzione delle statue con la damnatio memoriae inflitta dal Senato a personaggi caduti in disgrazia, accusati di aver congiurato ai danni di Tiberio. Nerone Cesare e Agrippina Maggiore vennero esiliati a Ponza e Ventotene, a Druso III andò peggio e finì nelle celle sotterranee del Palatino.

Ma perché quelle statue, fatte a pezzi dal regime, finirono proprio a Cartoceto di Pergola? Risponde ancora Stucchi: in epoca romana quella era una “terra di nessuno”, al di fuori dei confini dei municipi romani delle vicinanze. Sepolti in effigie in terra sconsacrata, insomma, una sorte degna per i due fratelli che avevano osato ribellarsi all’imperatore che li aveva adottati come figli. Gli anni quindi sarebbero quelli tra il 23 e il 29 dopo Cristo, mentre in Palestina stava per compiersi la parabola di un oscuro figlio di un falegname di Nazareth.

Ci sono, come accennato, molte altre interpretazioni relative all’identità delle stature. E persino Stucchi, nel 1988, formulò una nuova ipotesi  in cui ipotizzava la presenza nel gruppo dello stesso imperatore Tiberio. Il professor John Pollini, del dipartimento di storia dell’arte dell’Università South California, nel ’93 avanza una teoria che cancella quella di Stucchi. I due uomini a cavallo sarebbero dei comandanti vittoriosi, protagonisti di campagne in Oriente. Prova ne sarebbero le gualdrappe dei cavalli, in uso ai persiani, e i particolari ciuffi delle criniere. Il gruppo bronzeo, in viaggio verso una città della costa lungo l’antica Flaminia, sarebbe stato predato, fatto a pezzi da briganti e poi nascosto. Viktor Bohm, dell’Università di Vienna, vi ha voluto vedere invece il volto di Marco Tullio Cicerone, con il figlio junior, la moglie Terenzia e la dea Fortuna. Si potrebbe andare avanti con una decina di analisi diverse, ognuna con i suoi indizi e le tracce per arrivare a un’interpretazione originale.

La contesa. Ma chiunque fossero i due cavalieri e le due matrone, agli abitanti di Pergola apparve subito chiaro che l’obiettivo dello Stato era sottrarli alla piccola cittadina marchigiana e destinarli a un luogo più importante. Roma o magari Ancona, dove ha sede il Museo Archeologico nazionale delle Marche. Ai pergolesi sembrò un affronto inaccettabile. Quando nel 1989, dopo anni di restauri certosini, la soprintendente archeologica delle Marche, accompagnata dai carabinieri, si presentò a Pergola per prelevare le sculture, l’intera cittadina insorse e si schierò a cordone intorno all’ex convento di San Giacomo. Da lì in poi iniziarono le ronde, di notte e di giorno. Il presidio dei pergolesi contro lo “scippo” era fisso. Siccome siamo il Paese di Don Camillo e Peppone, l’onorevole Rubinacci del Msi e il senatore del Pci Tornati, si misero insieme un pomeriggio con cazzuola, mattoni e cemento per sbarrare fisicamente il portone d’ingresso del museo cittadino. Nessuno avrebbe rubato a Pergola il suo tesoro. Tanto fecero gli indomiti pergolesi che, alla fine, lo Stato italiano capitolò. Nel 1993 il ministro dei beni Culturali, Alberto Ronchey, assegnò per sempre con decreto il monumento equestre a Pergola. La battaglia era vinta.

Da allora, in questo incantevole “Museo dei Bronzi Dorati”, che contiene anche tante altre opere meritevoli, le due coppie romane si offrono magicamente al visitatore, inondate di luce in una stanza scura, in un allestimento che lascia a bocca aperta. Il mistero sui cavalieri, sulle matrone, e sulla loro distruzione resta intatto, pari solo allo stupore e alla meraviglia che restano negli occhi di chi si ferma incantato a rimirarli.     

Pubblicità

Pubblicità

Go to Source