Il grande schermo non ha rivali quando Walt Disney dichiaro il proprio amore per il cinema

“Il grande schermo non ha rivali”: quando Walt Disney dichiarò il proprio amore per il cinema

La Republica News
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Il 2020 è stato un anno durissimo per il mondo, tra i molti settori in sofferenza ce n’è uno, il cinema, colpito in pieno dalle conseguenze della pandemia. Sale chiuse, festival rinviati o traslocati online, produzioni ferme e poi ripartite tra mille difficoltà, blockbuster e film d’autore fermi ai box in attesa che le sale riaprano. E ora che la data del 15 gennaio non sarà quella della ripartenza c’è bisogno di un po’ di speranza e di un po’ di prospettiva, come direbbe il critico gastronomico di Ratatouille, il cartoon Disney – Pixar.  E proprio al maestro dell’animazione Walt Disney ci rivolgiamo per questa iniezione di fiducia. Variety ha ripescato un vecchio editoriale che il grande regista e animatore scrisse nel 1953. Il titolo è evocativo, L’anno cruciale per il cinema. Un documento che, riletto con gli occhi di oggi, ci fa riflettere su quante crisi abbia attraversato il grande schermo che proprio ieri ha compiuto i suoi 125 anni.

“L’industria del cinema è ancora una volta ai margini di una nuova era”, scriveva Disney, “è stato un momento cruciale, certamente, ma uno dei tanti momenti in cui il cinema è sopravvissuto con pochi danni al suo progresso o alla sua salute. E certamente senza motivo di allarme o disfattismo”. Qual era l’emergenza di cui parlava il patron Disney, quale la crisi che il cinema era stato in grado di affrontare con successo? Disney non la nomina mai ma si tratta della televisione, che nel giro di due anni era passata da essere presente nelle case di un americano su cinque a uno su tre, per poi arrivare al 90% per la fine degli anni Cinquanta.

D’altronde Disney, come tutti i pionieri, è stato uno capace di prendersi dei rischi, ha sempre alzato l’asticella della sua produzione: effetti speciali, interazione tra animazione e live action, Cinemascope e sempre nuove tecniche di miglioramento dell’audio, senza parlare poi dei parchi a tema e del sistema di merchandising messo in piedi che ancora oggi è una delle prime fonti di introito per la major. Fin dall’inizio della sua avventura Disney ha rischiato per ottenere un risultato innovativo e soprendente, basti pensare alla storia di Biancaneve, il primo lungometraggio animato della storia uscito nel 1937.

Dopo una serie di corti, Walt Disney voleva fare il salto e realizzare un film di un’ora e mezza completamente animato: la sua non era solo una sfida artistica, ma anche imprenditoriale; i corti (quelli di Mickey Mouse e i Silly Simphonies) gli costavano sempre di più e gli fruttavano sempre di meno, il salto al lungometraggio non era soltanto un sogno di cineasta, era soprattutto un sogno di produttore. Ma si scontrava con lo scetticismo generale, persino quello dei suoi collaboratori e animatori: Disney fu uno dei pochi imprenditori che, in piena crisi economica, assunse persone. Nel 1928 (ai tempi di Steamboat Willie) la casa di produzione vantava dieci animatori, ma quando iniziò la produzione del film venne pubblicato un annuncio che “il creatore di Mickey Mouse e Silly Simphonies cerca 300 animatori”.

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I collaboratori di Disney parlavano di un’atmosfera di grande entusiasmo, spirito collaborativo e creatività ma non nascondevano di essere tutti convinti che sarebbero andati verso il fallimento. A un certo punto i fondi finirono, Roy Disney disse al fratello: “E’ arrivato il momento di mostrare il film ai banchieri”. Un funzionario della Bank of America venne invitato agli studios e gli fu mostrato il film; non c’era colonna sonora quindi – ancora una volta – Disney fece tutte le voci e alla fine della proiezione accompagnò il banchiere alla macchina che lo aspettava. Quello, in silenzio, camminò fino alla vettura e prima di salire sentenziò: “Comunque quella cosa vi farà fare un sacco di soldi”. E nuovi fondi arrivarono, fu una corsa contro il tempo: il film fu terminato due settimane prima della prima. Non era rimasto più un dollaro per la promozione e la pubblicità: realizzarono dei manifesti di mezzo metro e gli animatori andarono personalmente ad attaccarli ai pali del telefono. Il film, che avrebbe potuto essere la causa della sua rovina, fu un trionfo.

La storia di questo primo film spiega l’ottimismo di Disney, che credeva così fermamente nella magia del cinema da essere certo che la televisione non l’avrebbe soppiantato. Quasi settant’anni dopo siamo di nuovo lì, a quel duello tra piccolo e grande schermo che con l’avvento delle piattaforme streaming e con la crisi sociosanitaria in atto segna un nuovo capitolo. I dati del cinema italiano attestano un crollo del 90% del fatturato (Anec), mentre le piattaforme hanno avuto tutte indistintamente una crescita nell’ultimo anno. Tra queste c’è naturalmente anche Disney+, la piattaforma lanciata proprio alla vigilia (in Usa) e nel pieno (in Italia) della pandemia: poche settimane fa sono usciti i dati che attestano il buon risultato di 86 milioni di abbonati. Dato che mitiga quello veramente critico della distribuzione “theatrical”, come dicono gli americani, cioé in sala e ancor di più quella dei parchi a tema.

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“Ci piace divertirci in mezzo alla folla, nelle arene sportive, ai picnic, alle fiere e ai carnevali, ai concerti e a teatro… Le persone chiederanno e apprezzeranno sempre i film in una sala cinematografica”. Walt Disney non aveva dubbi e nonostante il mondo sia molto cambiato in questi ultimi 70 anni forse non lo è abbastanza perché l’uomo non senta forte il suo bisogno di condivisione e socialità.



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