Il magistrato antimafia Di Matteo -candidato al Quirinale per Alternativa e Gruppo Misto – prende 56 voti

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PALERMO – E’ il magistrato italiano con le misure di protezione più elevate. Palermitano, classe 1961, studi classici e laurea in giurisprudenza, Antonino Di Matteo in queste ore si è ritrovato sul podio, sebbene al secondo gradino, nella scalata al Quirinale. Una scalata virtuale. Comunque un attestato, a suo modo. Prima di lui, il più votato, il presidente uscente Mattarella. Entrambi palermitani, entrambi con la vita segnata da Cosa nostra.

Di Matteo è l’emblema della stagione della lotta alla mafia militare. Ci sarebbe ancora nascosto a Palermo un carico d’esplosivo pronto per farlo saltare in aria con la sua scorta. Ne hanno parlato alcuni pentiti, ma non è stato ancora trovato.

I 56 voti di oggi nella quarta votazione per il Colle (a quanto pare tutti degli ex M5S de l’Alternativa) non autorizzano certo l’ex pm, che indagò a Caltanissetta e a Palermo sulle stragi Falcone e Borsellino e sulla presunta trattativa Stato-mafia, a sperare di salire al Quirinale, ma è una sorta di riconoscimento ad una carriera in prima linea contro Cosa nostra per quasi trent’anni. Dal 2019 è consigliere del Csm, dopo una breve e sfortunata parentesi alla Direzione nazionale antimafia, lasciata fra le polemiche con il procuratore nazionale Federico Cafiero De Raho per un’intervista televisiva. Una carriera cominciata nel settembre 1992 con l’entrata in magistratura come sostituto procuratore a Caltanissetta. Due anni dopo viene inserito nel pool di magistrati nisseni che indaga sulle stragi di Capaci e via D’Amelio e che sfocia nella controversa vicenda del falso pentito Scarantino del primo processo Borsellino.  

Sposato con due figli, Di Matteo torna a Palermo nel 1999, prima in procura poi fra le file della Direzione distrettuale Antimafia. Indaga sulle stragi, ma anche sui delitti dei giudici Rocco Chinnici e Antonino Saetta. E nel caso di Chinnici riapre le indagini, trova nuove prove, porta a processo e fa condannare alcuni dei mandanti.

Ma è il fascicolo sulla trattativa Stato-Mafia che accende i riflettori su Nino Di Matteo. Un’indagine a cui ha partecipato nella prima fase anche un altro ex pm Antonio Ingroia. Di Matteo era presente in aula il 18 aprile 2018 quando venne pronunciata la sentenza di condanna nei confronti dei mafiosi, dei carabinieri del Ros e dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri. Un mese dopo nel primo intervento pubblico dopo la sentenza commentò: “Non si può discutere se la sentenza abbia avuto una portata storica, perché per la prima volta davanti a una corte d’Assise viene accertato che, mentre il Paese era nel panico, un pezzo dello Stato trattava con consapevolezza con Cosa nostra. Dal dispositivo si evince che la mafia ha ricattato tre governi diversi: Amato, Ciampi e Berlusconi”.

Una vittoria che non è stata confermata in Appello nel settembre dello scorso anno: condannati i mafiosi, assolti i carabinieri del Ros e Dell’Utri, incrinando l’impianto accusatorio dei pm palermitani. Su questa sentenza si attendono per fine marzo le motivazioni. A fine novembre si è scagliato pubblicamente contro l’ipotesi dell’elezione al Colle di Silvio Berlusconi sottolineando come “in una sentenza definitiva della Corte d’appello ma con il bollo della Corte di Cassazione, che ha condannato per concorso in associazione mafiosa Marcello Dell’Utri, è sancito che Dell’Utri, all’epoca non senatore, fu intermediario di un accordo stipulato nel 1974 e rispettato da entrambe le parti fino al 1992 tra le famiglie di vertice della mafia palermitana e dall’allora imprenditore Silvio Berlusconi”.

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