Il manifesto di Giorgio Gori Lalleanza con i Cinquestelle sta zavorrando il Pd

Il manifesto di Giorgio Gori: “L’alleanza con i Cinquestelle sta zavorrando il Pd”

La Republica News
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“La compagnia del Movimento 5 Stelle zavorra il Pd intorno a idee molto lontane dalle priorità dei territori e dalle generazioni più aperte e dinamiche. Il partito rischia di ritrovarsi inchiodato a una logica di conservazione, sostenuta dai ceti più garantiti – dipendenti pubblici e pensionati in primis – e da ampie fasce di malessere sociale avvicinate attraverso l’erogazione di sussidi”. E’ da tempo che il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, 60 anni, manifesta la sua insoddisfazione per il nuovo corso dei democratici, al punto che al referendum sul taglio dei parlamentari si è smarcato e ha votato No. Ma adesso la sua critica ha fatto un salto di qualità, perché espressa in un libro appena uscito, Riscatto. Bergamo e l’Italia. Appunti per un futuro possibile,un’intervista con il vicedirettore di Fanpage, Francesco Cancellato, edita da Rizzoli. In genere, quando un politico pubblica un libro l’operazione maschera sempre un disegno a medio termine. E gli appunti del sindaco, declinati in dieci capitoli lunghi 333 pagine, rafforzano, forse a torto, questo sospetto. Scrive: “La segreteria di Zingaretti ha finito per coincidere con un rafforzamento delle correnti in generale e delle componenti che cercano una rivincita dopo la stagione renziana”.”Gori – scrive Cancellato – è tutto quello che la sinistra identitaria detesta”. E mette in fila le ragioni della sua eccentricità: è del Nord, è ricco, è cattolico, ha lavorato per due decenni con Silvio Berlusconi, votava Craxi, ha prodotto il Grande Fratello e L’Isola dei famosi, è stato con Matteo Renzi sin dal 2012. “Eppure Gori si è sempre definito di sinistra”. Un liberal socialista, precisa l’interessato, che si contrappone alla linea maggioritaria, “quella statal socialista”. Perché non è andato con Renzi in Italia Viva allora? “Perché ho creduto e credo nel progetto del Pd come grande partito del riformismo italiano”. Un soggetto capace di tenere insieme dialetticamente più anime. Del resto non disponeva anche il Pci della sua corrente di destra, rappresentata dai miglioristi, figure di grande valore, da Napolitano a Macaluso, da Bufalini a Chiaromonte, e che aveva a Milano una delle sue roccaforti ideali? Il rapporto con Renzi è complesso. Ma Gori non l’ha seguito perché “per determinare grandi cambiamenti, come quelli di cui l’Italia ha bisogno, non servono piccoli partiti, ma un grande partito popolare, riformista e a vocazione maggioritaria, geneticamente orientato a raccogliere il più ampio consenso possibile, cercando di conquistare anche il voto di chi in precedenza ha votato per altre forze politiche”.
Fu proprio Renzi, nel 2011, a introdurlo in politica. Chiusa l’esperienza in Magnolia, Gori cercava un approdo diverso da quello professionale. Ne parlò con Luca Sofri, che gli fece il nome di due emergenti: l’allora sindaco di Firenze e Pippo Civati. Gori  mandò un sms al primo: “Ciao Matteo, sono Giorgio Gori e mi farebbe piacere conoscerti”. Renzi rispose subito. Si videro all’Hotel Bernini a Roma, dove Renzi lo mitragliò di domande sulla tv: “Era lui a interrogare me e non viceversa”. Mesi dopo Renzi gli affidò la scaletta della Leopolda, quella del Big Bang con Baricco e Farinetti, ma durante la convention si accorse che Renzi l’aveva ignorata, preferendo coltivare il suo istinto di improvvisatore. Gori lo consigliò quando, un anno dopo, scese in campo alle primarie, fornendogli anche qualche battuta di comici amici per i suoi one man show. Renzi lo voleva a capo della Rai, ma poi Gori preferì candidarsi a sindaco di Bergamo, la sua città, nel 2014. “Non ho mai ingranato con lui”, dice adesso. Troppo forti le due personalità per andare davvero d’accordo. Però lo definisce “il miglior presidente del Consiglio che l’Italia ha avuto da molti anni”. “Una persona superintelligente. E in questo assomiglia a Berlusconi”.Gori non ha mai votato Forza Italia, né fece mai parte dei tanti laudatores del Cavaliere, e a un certo punto preferì mettersi in proprio. Ma l’anno scorso, prima di Natale, gli venne voglia, per slancio umano, di andarlo a trovare ad Arcore, dopo un’assenza di tanti anni. “Cosa posso fare per te?” gli chiese tre volte Silvio, convinto che fosse lì per chiedergli un favore. “Non mi è parso felice”, scrive Gori. “Soprattutto trovai un uomo che ne aveva fin sopra i capelli della politica”. Insomma, finirono per parlare d’altro. Silvio gli chiese di sé, della sua famiglia. Alla fine l’ex premier tirò fuori una scatola di cravatte Marinella. “Prendile”. Gori ne prese una. “Tutte!” gli ordinò Berlusconi, che volle così regalargliene dieci. Nei suoi resoconti sugli anni a Mediaset Gori descrive un Cavaliere spesso indeciso, tirato dalla giacchetta dai suoi dirigenti, ed è un’immagine che a sorpresa stride con l’iconografia di Sua Emittenza decisionista, il genio che curava in solitudine ogni dettaglio del suo prodotto.Questa primavera Gori si è trovato a governare la città europea più colpita dal virus. Le immagini strazianti dei camion militari che trasportano i morti per Covid nei cimiteri delle altre città europee sono un pugno nello stomaco nella coscienza di tutti gli italiani. Buona parte del libro è dedicata a quell’esperienza drammatica. Ma resta da capire cosa intenda fare “con questi appunti per un futuro possibile”. Dice che il Pd deve porsi l’obiettivo di conquistare i ceti del Nord. E può vincere – Gori è l’unico sindaco di centrosinistra in un mare leghista – nella consapevolezza che “il voto dipenda dalla qualità della proposta non da ragioni di appartenenza alla destra o alla sinistra. A cominciare dal passaggio da un modello di contrattazione nazionale a uno che privilegi la dimensione aziendale e territoriale. Mi pare evidente che tutto ciò può avvenire solo se nel centrosinistra si affermano le idee del socialismo liberale e se il Pd pone fine all’involuzione che ha registrato sotto l’effetto dell’alleanza con i Cinquestelle.”Tu che ne pensi dell’articolo 18?” gli chiede Cancellato. “Penso che di fronte agli 1,2 milioni di posti di lavoro che restano permanentemente scoperti per mancanza di persone in grado di ricoprirli, di fronte alla rivoluzione tecnologica che ogni anno travolge vecchi mestieri, prodotti, modi di produrre e aziende, facendone nascere di nuovi, di fronte a un mercato globalizzato in cui la difesa dalla concorrenza dei Paesi in via di sviluppo deriva dalla capacità di innovare e da competenze sempre più specialistiche, la risposta non può essere tornare all’articolo 18 e alla logica del posto fisso”.


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