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Il piccolo Eitan salvato dal padre: “Lo ha abbracciato per fargli da scudo”

La Republica News
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TORINO – La dolcezza infinita di un bambino che dorme. Il suo mistero e la sua lontananza. Le ciglia, il respiro, le guance di pesca. Eitan dorme. Eitan, il bambino più solo al mondo eppure il meno solo. Eitan l’orfano, Eitan il figlio di tutti. La ninnananna delle macchine della rianimazione è come il soffio del Grande Gigante Gentile che nella favola ama portare i sogni alle persone. I bip, il ritmico respiro delle pompe dell’ossigeno, tutte quelle piccole luci da albero di Natale: questo avvolge Eitan nel suo lettino di rianimazione all’ospedale Regina Margherita, rosa e celeste, è la morbida nuvola della sedazione, il sonno chimico donato dai medici a chi ha molto, troppo dolore. Si lotta per la vita così, dormendo e aspettando. Negli occhi chiusi di un bambino, tutti i nostri occhi.

Ha superato la prima notte e la seconda, le più difficili. Ha tenuto duro nelle cinque ore chirurgiche della stabilizzazione ossea, che è come tener fermi i pezzi del meccano finché non si potranno riavvitare. “I valori emodinamici sono stabili”, dicono i dottori abituati alla sofferenza dei bambini, la più innaturale del creato, la più immane e inaccettabile. Anche per loro, tuttavia, Eitan è un bimbo diverso, un figlio in più. Lo ha adottato un’onda altissima di amore collettivo. La mamma di un altro piccolo ricoverato ha portato un Teddy Bear e una lettera che dice “Ciao Eitan, ce la devi fare, ti lascio il pupazzo di mio figlio per giocare e dormire con lui”. Un orsetto in divisa blu, sentinella contro ogni male.

Nella notte buia cominciata in un mezzogiorno di sole tra lago e monti, il destino di Eitan Moshe Biran di anni cinque è la speranza che ci tiene uniti, l’unica possibile luce per dare un senso all’insensato. Nello schianto, il bambino ha perso il papà, la mamma, il fratellino di due anni, i bisnonni materni. Cosa lo abbia salvato è impossibile dire, forse l’ala di un angelo (ma allora era distratto, quell’angelo, per tutti gli altri?) forse l’estremo abbraccio di papà Amit che potrebbe avergli attutito il colpo: è solo un’ipotesi, ma è tutto ciò che il padre sogna a questo mondo. Poter proteggere, facendo scudo di sé stesso, i propri figli sempre. Fare della vita, e del corpo, un cuscino per i nostri cuccioli (per noi lo saranno sempre, anche quando avranno quarant’anni lo saranno).

Eitan vive, e ogni minuto che passa rafforza la sua forza, volgendo il verbo verso un possibile, incredibile futuro. Vive, vivrà. Vivere. “Ha passato una notte tranquilla, non ci resta che sperare”. Il dottor Giorgio Ivani è il direttore della rianimazione al Regina Margherita. È lui il custode del sonno di questi bambini, e in parte il depositario del loro futuro, oggi così fragile ma domani chissà. Ha i capelli bianchi. Ne ha viste tante ma questa, forse, è diversa da tutte. Anche i dottori che hanno per mestiere le urla e il pianto di un bambino, sanno che c’è l’Italia intera accanto a questo lettino bianco, c’è il mondo intero.

Tre nonni, una zia e uno zio vegliano ora accanto a Eitan. All’ospedale è arrivato anche l’ambasciatore israeliano Eydar Dror, che ha guidato una breve preghiera. Altri parenti hanno portato da lontano dei lumi per i corpi all’obitorio di Pallanza, e domani le salme potrebbero tornare a casa. Anche Eitan, quando e se sarà possibile, verrà ricondotto in Israele per crescere con i nonni, là dove è nato per arrivare quasi subito in Italia, aveva un anno appena. A Pavia ha frequentato l’asilo dalle suore e a settembre avrebbe cominciato la prima elementare. La rete di solidarietà, fittissima, si è sviluppata proprio dalla scuola materna pavese per estendersi alla comunità ebraica di Milano, dove la Fondazione Scuola ha aperto una raccolta di fondi per aiutare il bambino. In tanti hanno poi lasciato un pensiero, un messaggio, qualche parola sulla pagina Facebook di Amit Biran, il papà di Eitan.

Lui è l’unico sopravvissuto, ma a quale vita? Come glielo diranno? Chi dovrà farlo? Oggi, se tutto continua ad andare bene, proveranno a svegliarlo. La risonanza magnetica ha escluso danni neurologici sia a livello cerebrale che del tronco encefalico. “Questo ci autorizza a cominciare un cauto risveglio del bambino”, hanno confermato ieri sera i medici nell’ora della grande stanchezza e di una speranza ancora più grande. Quando l’hanno portato all’ospedale, Eitan gridava di lasciarlo stare, e che aveva paura. Chiamava la mamma. Tutti i bambini lo fanno, però la sua mamma non c’è più. Si chiamava Tal, e il 16 gennaio aveva scritto a Eitan un messaggio su Facebook per raccontargli l’anniversario di matrimonio, per quando il bimbo fosse stato in grado di leggerlo e capirlo. “Io e papà ci siamo scambiati l’anello, quel giorno, e così siamo sempre connessi. Tu continua a crescere”. Dovrà farlo da solo, povera stella.

È bellissimo, dicono quelli che hanno visto Eitan, i medici, gli infermieri, il presidente Cirio, l’ambasciatore. Neppure un graffio sul viso, nemmeno il più piccolo livido. Un miracolo, si dice in questi casi, chi crede e chi non crede. Come quando cade l’aeroplano e si salva uno solo. L’incredibile, spaventoso volo di Eitan Moshe Biran verso quel prato al margine del bosco, quasi contro gli alberi dove si è schiacciata una cabina ma non tutta la vita che conteneva, ora ci consegna un bambino che dorme. Sssst, non disturbiamolo. Sia il nostro amore la sua culla.



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