Il podcast che riapre il caso Marta Russo

Il podcast che riapre il caso Marta Russo

La Republica News
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La cosa più difficile, adesso, è pensare ad altro. Uscire dal rito ansiogeno dei bollettini del pomeriggio. Resistere alle chat che improvvisamente sono tornate a popolarsi di bufale, meme che dovrebbero farci sorridere e qualche notizia vera sul virus. Durante la prima ondata uno dei metodi che ha funzionato meglio è stato ricorrere ai podcast: il ricercatore di KPI6 Massimo Fellini ha appena fatto un report dove documenta come fra marzo ed aprile in Italia ci sia stata una impennata degli ascolti ma ancora di più un aumento di quelli che hanno iniziato a raccontare storie usando questo strumento ancora piuttosto nuovo ma che ha già raggiunto più di 12 milioni di italiani. Gli utenti hanno in prevalenza due caratteristiche: sono giovani e quando scelgono un podcast non hanno fretta, lo ascoltano per almeno 22 minuti. I podcast si prestano a molti scopi: a volte sono semplicemente programmi radio popolari ascoltati in differita, altre sono audiolibri letti dall’autore (in primavera ha spopolato La Misura del Tempo di Gianrico Carofiglio), altre ancora lezioni di maestri molto coinvolgenti (si pensi alle “lezioni di storia” di Alessandro Barbero).Ma i podcast sono anche un formidabile strumento per fare alcuni tipi di inchieste giornalistiche. Quelle dove non ci sono immagini o filmati, ma audio molto significativi. L’ultimo esempio è Polvere, il podcast di Chiara Lalli e Cecilia Sala sul caso Marta Russo, la studentessa universitaria uccisa in un vialetto della Sapienza la mattina del 9 maggio 1997. Da chi? La procura di Roma puntò quasi subito l’indice su due giovani assistenti universitari di filosofia del diritto, Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro, condannati in via definitiva nel 2003 rispettivamente per omicidio colposo e favoreggiamento. Ai tempi fu una storia enorme. Dopo ventitré anni Chiara Lalli e Cecilia Sala hanno riascoltato tutte le udienze dei diversi gradi del processo, hanno recuperato le intercettazioni e in qualche caso gli interrogatori su cui si è basata l’accusa, e hanno dato voce ai protagonisti oggi. Ne è venuto fuori un racconto rigoroso e coinvolgente, in tutto otto puntate, lanciate e sostenute dall’Huffington Post, che in qualche settimana sono state scaricate quasi duecentomila volte. Un successo indiscutibile che apre un problema: Polvere non è fiction, non è un reality, è una storia vera. E quando le hai ascoltate tutte, le otto puntate, non puoi non chiederti: ma davvero abbiamo processato e condannato Scattone e Ferraro? Lo abbiamo fatto sulla base di testimoni così contraddittori come quelli che abbiamo appena riascoltato? E di una perizia, quella che attestò la presenza di polvere da sparo sul davanzale della finestra di un’aula di Giurisprudenza, che oggi, sulla base delle attuali conoscenze chimiche, nessun perito firmerebbe? Davvero abbiamo preso questo abbaglio collettivo?
Dubbi sulle indagini e sulle diverse sentenze ci sono sempre stati, ma il podcast fa un passo in più: fa parlare un supertestimone, la cui identità è celata, ma che ora finalmente afferma di aver mentito ai magistrati smontando la versione di Chiara Lipari, la teste su cui si poggiarono le indagini e la ricostruzione del delitto. Lo dice chiaramente: tutti possono ascoltare la sua voce (alterata per renderla irriconoscibile). Ora se il teste che ha parlato in Polvere dice la verità, il caso Marta Russo va riaperto. Non lo dobbiamo solo a Scattone e Ferraro, che sono fuori, avendo ormai scontato la pena, ma si portano impresso il marchio di assassini. Lo dobbiamo anche alla memoria di Marta Russo che ha diritto a veri colpevoli. E lo dobbiamo a noi stessi, che viviamo in uno stato di diritto. Gli errori giudiziari esistono, si commettono, spesso anche in buona fede. Ma l’unico errore imperdonabile sarebbe far finta di nulla quando emerge un fatto nuovo che cerca di dimostrarti che hai sbagliato.


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