Il porto e la petroliera: la strategia Ucraina per costringere la Russia a trattare sul grano

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ODESSA – Il gigantesco hub russo di esportazione di materie prime a Novorossijsk, nel Mar Nero, è l’asso nella manica con cui Kiev potrebbe convincere Mosca a lasciarsi persuadere dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan a rientrare nella “Black Sea Grain Initiative”, che tutti chiamiamo l’Accordo sul grano. Con le due letali stoccate di fioretto affibbiate il 4 agosto l’intelligence di Kiev ha inviato un messaggio molto chiaro: il Cremlino avrà qualcosa di estremamente importante da perdere se proverà davvero a bloccare il grano ucraino.

L’avvertimento inviato dalla Sbu, i servizi segreti ucraini, è l’uso dell’arma segreta dei Mangura V5 – nuovi droni marittimi made in Ucraina, molto efficaci per portata, autonomia e difficoltà d’intercetto – inviati a centrare la nave d’assalto “Olenegorskij Gornjak” e la superpetroliera “Sig” davanti al terminal petrolifero e granario del porto di Novorossijsk, sul Mar Nero; e all’imbocco dello stretto di Kerch vicino al porto di Sebastopoli, in Crimea. Entrambi credevano di essere corazze inavvicinabili per gli ucraini, e si sono scoperti ventre molle russo. Ma il vero obiettivo di Kiev era proprio avvertire Mosca che il blocco del Mar Nero finirebbe per essere un disastro per entrambi. “Se la Russia continua a dominare il Mar Nero e a bloccarlo con i missili, allora l’Ucraina farà lo stesso, il che è un’equa difesa delle nostre capacità. Se continuano a sparare, alla fine della guerra potrebbero rimanere senza navi”, disse Zelensky. E non solo senza navi.

Il presidente non può dirlo, perché si tratta di infrastrutture civili e attaccarle è un tabù per l’Ucraina che ha obblighi nei confronti dei valori e dei precetti occidentali; ma il tenente generale Ihor Romanenko, ex vice capo di stato maggiore ucraino, ha spiegato in un’intervista al quotidiano Obozrevatel che in ballo c’è ben altro, oltre alle navi militari. “C’è un hub petrolifero russo vulnerabile nel mare vicino a Novorossiysk”, nella baia del fiume Tsemes, in cui ci sono installazioni petrolifere di importanza capitale per Mosca come le raffinerie e gli stoccaggi di petrolio di Naftogaz e Transnafta: “Se li attacchiamo attivamente dal cielo e dal mare, la Russia perderà più di quanto guadagnerà ritirandosi dall’accordo sul grano”.

Non è un caso che il 4 agosto quando i droni attaccarono la baia di Novorossiysk, considerata impenetrabile da Mosca, ci furono diverse esplosioni e “nuvole di fumo” anche nella zona del terminal marittimo del CPC, il Caspian Pipeline Consortium: un’infrastruttura strategica per le forniture di greggio in Europa perché da lì arriva il petrolio del Kazakistan con cui l’Italia e l’Occidente hanno aumentato i contratti dopo le sanzioni a Mosca. Le esplosioni in mare sarebbero avvenute proprio nella zona del “faro petrolifero”, che consente alle petroliere di caricare direttamente al largo. La stessa Eni è socia al 2% del CPC, il cui principale azionista resta la Russia, e Kiev accusa l’Occidente di permettere a Mosca di continuare a guadagnare con gli idrocarburi nascondendo dietro l’etichetta del petrolio kazako la fornitura di greggio russo. Ma non c’è solo il terminal petrolifero a Novorossiysk: nella stessa area, nella baia del Tsemes, c’è anche il gigantesco terminal granario, e tutto l’hub russo di esportazione di materie prime di Novorossijsk è stato chiuso per diverse ore dopo l’attacco con i droni. E’ stata una mossa chirurgica, studiata con evidente attenzione massima dall’intelligence ucraina: le due navi attaccate erano una nave militare e una superpetroliera sotto sanzioni perché da anni riforniva di petrolio l’armata rossa in Siria, tramite la base navale russa di Tartus.

Nessun obiettivo civile, dunque, ma il messaggio è arrivato forte e chiaro e immediatamente, quello stesso giorno, “i futures sul grano sono saliti del 2,75% a 644,3 centesimi per bushel e il greggio Brent è salito dello 0,6% a 85,65 dollari al barile alle 14.50 a Londra”, scrive Bloomberg ricordando che “la Russia è il principale esportatore di grano al mondo e Novorossiysk è uno dei principali punti di spedizione” da cui salpano anche petrolio, carbone e fertilizzanti. Ecco perché Mosca potrebbe davvero rientrare nell’accordo sul grano anche se economicamente non le converrebbe. Teoricamente avrebbe tutto da guadagnare impedendo o rendendo difficilissimo per l’Ucraina esportare i suoi cereali: Russia e Ucraina sono tra i principali produttori agricoli mondiali, primi nei cereali più consumati e nei loro derivati come gli oli di colza e di semi di girasole. Sono concorrenti, ed eliminare il principale concorrente dal mercato porta un ovvio e immediato beneficio economico. Eppure secondo Ankara l’accordo potrebbe essere di nuovo vicinissimo, sebbene Mosca non abbia finora ottenuto nessuna delle contropartite richieste, come il reinserimento nel sistema bancario internazionale Swift della sua banca agricola, Rosselkhozbank.

L’incontro tra i due presidenti, il turco Erdogan e Putin, sarebbe in agenda “nei prossimi giorni”, tra fine agosto e l’inizio di settembre, e sarebbe confermato anche se non è certo che avvenga in Turchia, sebbene Ankara non aderisca alla Corte penale internazionale. E’ dietro a questo possibile incontro, che potrebbe avvenire in Russia, il grande braccio di ferro scatenato in quest’ultimo mese nel Mar Nero, da quando il 14 luglio Mosca si è tirata fuori dall’accordo sul grano rifiutando di prolungarlo. Prima le minacce reciproche di “considerare le navi mercantili come potenziali trasporti di armi”, poi gli attacchi russi ai porti del Mar Nero e sul Danubio, infine le stoccate di Kiev a Novorossijsk e il guanto di sfida della creazione di un corridoio unilaterale protetto dalle forze armate ucraine per le navi bloccate nei suoi porti, tra cui ben dodici navi turche. “L’escalation della tensione nella regione non sarebbe nell’interesse di nessuno, e un ritorno all’accordo sui cereali contribuirà alla stabilità alimentare”, dice il Consiglio di sicurezza nazionale turco. Secondo diversi analisti le probabilità che l’accordo riparta non sono più così basse. D’altronde la Russia non è realmente in grado di controllare e bloccare il traffico mercantile verso i porti ucraini, e stanno aumentando le vie alternative con cui Kiev può aggirare comunque il blocco: potrebbe essere questo, facendo buon viso a cattivo gioco, il prossimo “gesto di buona volontà” di Mosca.

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