Il premier avvisa i partiti: il governo non può paralizzarsi. E congela il dibattito sul Colle

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Roma. Per adesso, si occupa di rianciare l’agenda di Palazzo Chigi, rendendola così fitta da sembrare una corsa contro il tempo. E, sempre per adesso, Mario Draghi non si pone il problema del Quirinale. Non avrebbe senso, anche perché la premessa per un’eventuale elezione al Colle passa comunque dalla capacità di governare bene il Paese. Se c’è un messaggio che il presidente del Consiglio lancia davanti alla stampa, è che in pochi mesi il Paese è stato messo in sicurezza. I numeri sono migliori del previsto. Quelli del 2022 rassicurano. E fino al 2023 non c’è da preoccuparsi. Ecco, è questo il primo tassello del “governare bene” che ha in mente Draghi.

Ma non basta. È evidente che candidarlo pubblicamente al Quirinale – come hanno fatto ministri a lui vicini del calibro di Giorgetti e Brunetta – lo ha molto esposto. Oltre le intenzioni, probabilmente. Nel caso del leghista, colpa anche della fretta di intervenire per anticipare l’esplosione del caso Morisi, marcando una distanza da Salvini. Resta il fatto che davanti ai giornalisti il premier rimanda al Parlamento ogni scelta, dalla durata dell’esecutivo fino al Quirinale. E si mostra infastidito per quegli endorsement, come a chiedere ai suoi ministri di azzerare il dibattito attorno al Colle. Che è a suo avviso prematuro, forse destabilizzante. Di certo, «offensivo nei confronti del presidente della Repubblica in carica». «E comunque – ripete due volte – non sono la persona giusta a cui rivolgere questa domanda».

Non esclude esplicitamente nessuno scenario, però. Non lo fa perché di certo non potrebbe sottrarsi all’eventuale chiamata delle Camere nell’elezione del nuovo capo dello Stato. Ma prima ancora di questi ragionamenti, pensa che non abbia senso discutere oggi di tutto ciò che va oltre l’azione di governo, «il resto non conta nulla». A gennaio si vedrà. E comunque, l’agenda che presenta in conferenza stampa è in teoria sufficiente per occupare lo spazio fino al termine della legislatura.

C’è un dettaglio, in questo senso, che spiega molto del suo progetto di “governare bene”. È quando indica il progetto di nominare il prossimo sindaco di Napoli come commissario per la bonifica dell’area di Bagnoli. Un intervento di peso, ma locale, che trova comunque posto nel programma. Preannuncia anche la prima riunione della cabina di regia sul Pnrr e presenta una scaletta di decreti intensissima: la delega fiscale la prossima settimana, la legge sulla concorrenza a ottobre, poi la legge di bilancio e i decreti collegati. E ancora, l’Expo 2030 e il Giubileo 2025, il G20 straordinario sull’Afghanistan, la futura negoziazione per cambiare il Patto di stabilità.

Governare bene, però, significa anche sfidare la potenziale palude della fase due, quella dopo le comunali. I partiti – e soprattutto Salvini – potrebbero tentare di bloccare tutto. È fondamentale evitare che qualche ritardo o slittamento, come quelli su concorrenza e fisco, diventino la norma. «Non ci si immagini – avverte – che si possono rinviare le cose da fare». E quindi la delega fiscale andrà in cdm tra pochi giorni, senza attendere i ballottaggi. E ci sarà anche l’intervento – per adesso senza aggravi fiscali – sul catasto.

Sarà fondamentale il segnale politico però. E cioè che Palazzo Chigi non tollererà che si congeli ogni decisione in attesa del voto del nuovo Capo dello Stato. Non sarà Draghi a mettere la firma su mesi di melina. «Se il governo perdesse la sua efficacia – ricorda – perderebbe la sua ragione di esistere. Questa è una convinzione di tutti i ministri».

Significa che i membri del governo, anche i leghisti, sono con lui. Nonostante l’insofferenza di Salvini. E proprio dal leader del Carroccio arrivano segnali non del tutto positivi. Ieri, forse per la prima volta, ha messo nel mirino il premier, accomunandolo all’odiato Speranza: «Qualcuno si ostina a limitare le riaperture. È un danno sociale e morale a milioni di italiani. Vorrei capire da Speranza e da Draghi perché tutta Europa riapre e noi no».

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