Il regista Pablo Larraín: “Pinochet è Dracula”

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Pinochet, il fantasma dell’impunità. Il regista cileno Pablo Larraín ha raccontato il Cile nella notevole trilogia della dittatura: Tony Manero, Post mortem, No – I giorni dell’arcobaleno. Torna a ragionare sul suo Paese, a cinquant’anni dal colpo di Stato che rovesciò il presidente Allende, con una chiave spiazzante. 

In El Conde, il conte — film che sarà probabilmente alla Mostra di Venezia — trasforma Augusto Pinochet in un vampiro. Abbiamo incontrato il regista cileno a Torino, per una retrospettiva organizzata dal Museo del cinema. Zaino da pellegrino, cappello a falda larga, Larraín è reduce da un lungo giro in Italia alla ricerca dei luoghi per il film su Maria Callas, con Angelina Jolie. 

L’11 settembre 1973 il colpo di Stato in Cile, 50 anni dopo in quei giorni porta sullo schermo Pinochet in versione vampiro. Perché?
«È impressionante come una parte della destra radicale, che solo grazie alle recenti elezioni ha avuto voti e potere, stia relativizzando la figura di Pinochet; l’hanno ripulita, ne parlano come fosse stato un buon leader. C’è una parte della società cilena che vorrebbe qualcuno come lui, che rappresentasse quelle idee. È pericoloso, sono persone che si vestono da democratiche, ma trasudano autoritarismo. Questo film uscirà probabilmente in quei giorni, spero faccia discutere, in Cile e nel mondo. Cinquant’anni sembrano abbastanza per capire quel che è accaduto, ma non è così. È un enorme paradosso. L’anno scorso a Venezia c’era Argentina, 1985 di Santiago Mitre, sul processo ai colpevoli della dittatura: lì c’è stato un patto nazionale che noi non abbiamo avuto, non c’è stato un prendersi tutti per mano per dire “mai più”».

Perché?
«A causa dell’impunità. Nel mio Paese il dibattito riguarda la Costituzione che ha lasciato Pinochet. Se non possiamo metterli sotto processo e ottenere giustizia, quel patto non potremo farlo mai. Questo si respira in altri Paesi, da voi c’è chi disegna Mussolini come una figura storica ragionevole».

Un anno fa era più ottimista, con il nuovo presidente Gabriel Boric.
«È umano, onesto, una sorta di miracolo. Ma un anno fa discutevamo di una nuova Costituzione, che è stata respinta. Dopo le elezioni rischiamo che sia la destra estrema a metterci mano. Si è riaccesa una conversazione spaventosa in cui si minimizza la tragedia, si parla in modo assurdo di risultato economico, si vende la dittatura come un successo. È falso. Inoltre viviamo tempi strani e una satira surreale è l’unico modo per trattare temi politicamente indescrivibili».

Lei è cresciuto in una famiglia di destra politicamente importante.
«Che mi ha permesso di avere un pensiero autonomo, mentre io ho reso il suo orizzonte più interessante. Da padre di tre figli so che l’esercizio educativo è complesso. Ma non rispetto a una società in cui i benestanti hanno salute, pensioni, istruzione, migliori degli altri. Non credo che il comunismo sia la risposta, ma una certa uguaglianza è possibile e deve essere la prima prospettiva di qualsiasi governo».

Per girare “Post mortem” è partito dall’autopsia di Allende.
«Sì, ho letto l’autopsia fatta al presidente e sentivo che questa, attraverso un codice medico, era anche la descrizione del mio Paese. Da noi si discute ancora se Allende si sia suicidato, cosa assodata. La sua figura divide, ma era un uomo onesto che voleva creare una società più equa. Sfortunatamente non solo ha dovuto affrontare gli avversari in Cile, ma anche gli Stati Uniti. Kissinger ha compiuto cento anni ed è stato celebrato. È un criminale di guerra a cui hanno dato il Nobel per la pace,The economist lo intervista sulla guerra in Ucraina senza riferimenti a ciò che ha fatto in Cambogia, a come ha distrutto il mio Paese sostenendo gente folle per sconfiggere Allende». 

Pasolini è stato centrale per lei. Nel film sulla Callas ci sarà anche lui?
«Pasolini è l’artista definitivo. I suoi film sono indescrivibili, perciò artisticamente più potenti. Mi interessava moltissimo il suo rapporto con la Callas, e lo scambio di lettere che hanno avuto durante le riprese di Medea, il rapporto che lui aveva con l’opera e che lei aveva con i film. Maria ha voluto girare quel film, in Marocco, in un momento di rottura della sua vita, fine anni 60 inizio 70. La morte di Pasolini, il cui incontro l’aveva trasformata, come succede con gli artisti, è stato un grande dolore».

È dipinta come vittima.
«La sua vita è pura tragedia. E lei sapeva di essere un personaggio tragico, come quelli che interpretava sul palco».
 

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