Il ristorante calabrese (in California) amato da Mark Zuckerberg e Jeff Bezos

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Terùn è il nostro biglietto da visita. Sono nato in Calabria, a Scalea, e l’ho scelto come nome di battesimo del mio primo ristorante proprio perché ho passato l’intera giovinezza a sentirlo usare come un insulto. Oggi invece me ne sono riappropriato, ce ne siamo riappropriati, e lo utilizziamo come moto d’orgoglio, come bandiera”. Una bandiera che sventola alta e fiera in quel di Palo Alto, nel cuore della Silicon Valley dove sta avvenendo il nuovo Big Ben, l’inizio e la creazione del mondo che conosceranno i nostri figli. Tra ingegneri, informatici e creativi dei new media Maico Campilongo, la voce narrante di questa storia, ha realizzato insieme al fratello, il cugino e alcuni soci, il sogno americano. Quello 2.0, fatto di imprenditorialità, un tocco di visionarietà e la capacità di raccontare chi si è, che nel loro caso ha il volto di Terùn e Italico, due ristoranti nel cuore della cittadina californiana. Diversi dalla media dei ristoranti italiani negli States tanto quanto lo possono essere la pizza con l’ananas (“qui non la facciamo, il nostro pizzaiolo una volta si è offerto di pagarla a un cliente purché la andasse a comprare altrove) e una affiliata all’Associazione Verace Pizza Napoletana (loro lo sono, orgogliosamente), oppure una chicken parmigiana e dei rigatoni al pesto fatti con pasta artigianale abruzzese e pesto fresco (in menu da Italico). Il filo che racchiude la storia, le da un senso e tiene tutto insieme, sta (come nei migliori libri), nelle prime pagine.

“Io non sono partito con la valigia di cartone. Ho scelto di stare qui, nonostante ami l’Italia e ne senta la mancanza ogni giorno. La mia storia nasce a Scalea, dove sono stato consigliere comunale, si sposta in una Banca di credito cooperativo e poi sale fino a Trento, dove ho lavorato come commerciale in un’azienda di consulenze informatiche. La folgorazione sulla via di Damasco è avvenuta nel 2005, quando in vacanza in California (il fratello Franco era già negli Usa da 3 anni, ndr) mi sono innamorato degli spazi ampi, dell’energia vibrante che si percepiva. Una volta in Italia mi sono licenziato e sono tornato a Palo Alto con il visto di studente, non parlavo una parola di inglese e ho iniziato lavorando come cameriere al Caffè del Doge. Tra i miei colleghi c’era un certo Kevin Systrom, studente della Silicon Valley che cominciava con degli amici a studiare un algoritmo per profilare le fotografie; poco dopo avrebbe creato Instagram. Il senso è tutto lì: la sensazione che tutto sia possibile. E allora abbiamo scelto di seguire il nostro sogno, quello di aprire un ristorante italiano. Un vero ristorante italiano”. 

Da sinistra: Maico, Christian e Franco  
Tutto comincia ad avverarsi nel 2012, quando i tre soci (Maico, Franco e Christian, originario di Ginosa Marina) scelgono di mettere insieme i loro risparmi e lanciarsi nell’avventura. “Non avevamo abbastana soldi, e allora ci siamo costituiti come startup e preso con noi due “Angel Investor” come soci. A fine anno dividiamo gli utili, ma noi tre che lavoriamo costantemente nel ristorante disponiamo comunque di uno stipendio mensile”. Il primo passo è stata l’apertura di Terùn, una pizzeria con una media di 150 coperti, che comincia subito “a macinare numeri e a diventare un crocevia importante di personalità a Palo Alto”, cittadina a metà strada tra San Francisco e San Josè. Dal cuore della Silicon Valley, quasi tutti i manager e gli impiegati di alto profilo siedono a questi tavoli, “diventando per noi una sorta di famiglia. Soprattutto per me, che sono un po’ il frontman e mi occupo principalmente del contatto con le persone, che adoro”. Ed è stata proprio l’esuberanza e la capacità comunicativa tipica del sud Italia che gli ha portato il primo grande endorsement dopo poco più di un anno dall’apertura: “Avevo finalmente un giorno libero ed ero andato a San Francisco a vedere una rappresentazione di Eduardo De Filippo a teatro, davano “Adda passà ‘a nuttat”. Accanto ai miei amici non c’era più posto e allora mi sono dovuto spostare, ho conosciuto un gruppo di ragazze che ho invitato al ristorante. Sono cordiale, lo faccio con tutti. Solo che quando sono tornate avevano nella loro comitiva un giornalista freelance, collaboratore tra gli altri del New York Times. L’articolo che scrisse su di noi è valso parte della nostra fortuna di oggi”. Numeri in crescita che hanno portato alla realtà odierna: 2 aziende (a Terùn nel 2016 si è aggiunto Italico, con una predominanza del ristorante sulla pizzeria) per un totale di 100 dipendenti e 3 milioni di euro di fatturato

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“A volte mi chiedo, con rabbia, perché non abbiamo potuto creare tutto questo in Italia. Ma sono contento di stare qui, amo il mio lavoro fatto di incontri, vicinanza, aneddoti”. Piccoli racconti che diventano tasselli di un mosaico. Alcuni divertenti, come quello riguardante Jeff Besoz: “Terùn era aperto da poco, una sera esco a fumare in una piccola pausa dal lavoro e attacco bottone con uno dei clienti che era all’esterno. Gli chiedo se si fosse trovato bene, il suo nome e dove lavorasse. Alla risposta Amazon sorrido, raccontandogli che ho degli amici che lavorano lì e chiedo se si trova bene anche lui. Non avevo collegato. Capisco la mia gaffe solo quando rientro in cucina e mio fratello mi chiede, quasi scandalizzato, se mi fossi reso conto di chi fosse l’uomo con cui stavo parlando. Da allora siamo un punto di incontro per molti grandi della Valley (la vedova di Steve Jobs e il suo nuovo fidanzato sono degli amici di Maico, Mark Zuckerberg vive nel suo quartiere, ndr), ma quello che ci porta più soddisfazione è riuscire a raccontare loro la vera cucina italiana e rappresentare un punto di approdo sicuro per tutta la Second Generation di italiani che, come noi, sono partiti dall’Italia non molti anni fa e che qui ritrovano casa. Oramai ci chiamano il Consolato Italiano a sud di San Francisco“.

Un punto di approdo sicuro anche durante i mesi più duri della pandemia da Covid-19: “Italico ha chiuso i battenti per qualche mese, ma abbiamo scelto di lasciare Terùn aperto. Non ce la sentivamo di deludere così i nostri clienti, siamo una comunità. Se loro aspettavano in fila fuori la porta che gli venisse consegnata la pizza, io uscivo con bicchieri e una bottiglia di vino, gli offrivo un piccolo aperitivo e gli facevo compagnia durante l’attesa. Abbiamo avuto i ricavi più importanti di sempre, considerando che lavoravamo tanto e avevamo poche spese, ma la vera ricchezza è stato renderci conto, anche dopo la riapertura, che attorno a noi si era creata una vibe, un’energia di forte gratitudine. Nulla mi ha emozionato più di sentirmi dire grazie per quella semplice compagnia che fornivamo loro” in una regione in cui la vita scorre velocemente, a 1000 km/h.

“Il nostro legame con l’Italia non si ferma al nome dei ristoranti – si avvia verso la conclusione Maico, raccontando in realtà il cuore della loro impresa -, noi vogliamo veramente portare la cucina italiana nel mondo. Tolta la pandemia che ha bloccato noi come tutti gli italiani in loco, creando una depressione di massa, ho sempre cercato di viaggiare e di far viaggiare i nostri collaboratori. Dobbiamo tornare regolarmente in Italia, mangiare ciò che si continua a mangiare nella nostra patria e aggiornarci sull’evoluzione della cucina. Solo così riusciremo a mantenere moderna e contemporanea la nostra offerta” culinaria, che prevede anche l’utilizzo di materie prime originali come la pasta (Felicetti e Rustichella d’Abruzzo), la farina per la pizza di due importanti marchi italiani, e l’olio “rigorosamente calabrese, me lo manda mio padre che lo compra da un piccolo frantoio non lontano dal mio paese natale. Per tutto ciò che richiede il fresco invece ci approvvigioniamo in zona: la mozzarella arriva dall’Italia solo ogni tanto, per il resto ci riforniamo da un casaro italiano, avellinese, che da qualche anno ha aperto una sua azienda a Los Angeles“. 

E alla domanda, fatidica, su quanto sia difficile far digerire questo tipo di cucina, sincera e realistica nei modi e nei sapori, alla clientela americana, la risposta è altrettanto schietta e diretta, tipica del personaggio che con calore ci ha raccontato la sua storia: “Abbastanza. Continuano a chiedere più condimento, ricette da noi inesistenti, aggiunte improponibili. Ci è voluta tanta testardaggine e anche un po’ di incoscienza, soprattutto quando eravamo agli inizi, a rifiutare ordini e quindi potenziali clienti. Ma abbiamo creduto, crediamo e crederemo fino in fondo che la strada giusta è quella dell’identità. Identità terrona e identità italiana che portiamo a tavola nei piatti, ma anche nel calore dell’accoglienza. Noi siamo questi e non ci interessa cambiare”

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