Il social media manager di Mario Draghi

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Dicono che Mario Draghi stia cercando un social media manager. Non so se sia vero, ma sarebbe una buona notizia. Stare fuori dalla rete è una scelta legittima, ma non se guidi una comunità, non se sei il capo del governo di un grande paese. In quel caso l’ostentata mancanza di dialogo rischia di non essere percepita come una scelta di sobrietà, ma un segnale di snobismo. Non è così, immagino, ma il fatto è che da quando Mario Draghi è diventato presidente del Consiglio, meno di due mesi fa, i profili istituzionali di palazzo Chigi sono diventati impersonali e sostanzialmente inutili come la voce che nelle stazioni segnala i treni in arrivo senza che nessuno davvero ascolti: il premier parla alla 18, la conferenza è attesa alle 21, ecco il testo del discorso, pubblicata la Gazzetta Ufficiale… Roba così. Non funziona. 

Di qui la ricerca di qualcuno che lo aiuti a gestire la sua presenza su quelle piazze del mondo che sono diventati i social network. Il punto adesso non è fare un passo indietro, ma farne uno avanti: non servono insomma professionisti come Luca Morisi o Rocco Casalino che pure, a colpi di meme e trovate, hanno indubbiamente centrato l’obiettivo di costruire i personaggi di Matteo Salvini e Giuseppe Conte; non serve un premier che ogni giorno si metta a rispondere in video e in diretta alle persone su Twitter come faceva Matteo Renzi quando stava a palazzo Chigi. Quella stagione, per ora, è archiviata ed è difficile rimpiangerla perché era la stagione del personal branding applicato alla politica: i personaggi erano più importanti delle istituzioni che rappresentavano e l’obiettivo di ogni post in sostanza era aumentarne i follower e i like. 

La scelta social di Mario Draghi, che non è un politico, che non cerca voti elettorali, non potrà che essere lavorare per un institutional branding, per rafforzare il prestigio delle istituzioni. Già, ma come? Per rispondere prima di tutto va delimitato il campo di gioco. I social possono essere usati per comunicare ma anche per dialogare; nel secondo caso si favoriscono l’ascolto e la partecipazione dei cittadini. Non si tratta di miraggi. Negli anni scorsi molte democrazie hanno sperimentato diverse forme di coinvolgimento dei cittadini su temi specifici, ma non mi pare il momento storico. Persino negli Stati Uniti il presidente Biden, appena insediato, ha cancellato senza spiegazioni la piattaforma “We The People” che Obama aveva istituito per consentire di presentare petizioni al governo su cui raccogliere firme (neanche Trump, che pure la ignorava, aveva avuto il coraggio di eliminarla; lo ha fatto Biden). Per dire che immaginare che ora il governo Draghi diventi improvvisamente il paladino dell’open government è probabilmente sperare troppo. Del resto se è davvero il più bravo, non ci aspettiamo che apra spericolate consultazioni online sul Recovery Plan ma che presenti il migliore documento possibile. 

Resta l’altro scopo dei social media per chi governa: la comunicazione. Ma non dell’orario della conferenza stampa. Di cosa allora? Di quello che sta accadendo: insomma sarebbe bello se il presidente del Consiglio avviasse una stagione di scelte del governo “spiegate bene”, argomentate, chiare, con dei dati di supporto che tutti possano verificare. In modo che sui social si possa finalmente parlare di fatti. Sembra poco, ma sarebbe una rivoluzione: dal punto di vista della considerazione delle persone, equivale a passare da sudditi a cittadini. E comporta una scelta di trasparenza radicale: pubblicare, in formati aperti, dati e documenti. E spiegarli. 

Un’ultima cosa: stare sui social oggi non vuol dire più solo fare il fenomeno su Twitter. Su Twitter ci sono gli altri politici, i giornalisti e una piccola parte di opinione pubblica politicamente attiva. Ma i social sono tantissimi, ciascuno di essi ha tipi di utilizzatori molto diversi e richiede approcci e linguaggi diversi. Parlare al paese, contribuire ad un dibattito informato in tutte le diverse comunità che formano l’Italia, oggi vuol dire saper stare su tutti i social. 

Insomma, se davvero Mario Draghi sta cercando un social media manager, avrà un lavoro bello e difficilissimo da fare.

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