Il Tas dà ragione al Manchester City: potrà giocare le coppe europee

La Republica News

LONDRA – Chi sperava in un terremoto tra i “citizens” e nell’immediata fuga di Pep Guardiola e di altre stelle della squadra dovrà rassegnarsi. Perché il Manchester City è salvo: il ricchissimo club dello sceicco Mansour bin Zayed al Nahyan e della famiglia reale di Abu Dhabi è stato graziato dal Tribunale sportivo di Losanna Tas cui ha presentato ricorso. “Non ha infranto le regole del Fair Play Finanziario”, hanno dichiarato i tre giudici della corte, “anche se non ha collaborato con le autorità Uefa” e per questo la società è stata multata per 10 milioni di euro. Comunque molto meno dei 30 comminati dalla precedente sentenza della Uefa. Ma soprattutto, il City potrà partecipare alla prossima Champions League e anche a quella dell’anno successivo. Ribaltata dunque la squalifica della Uefa per due anni. In realtà, il tribunale di Losanna ha chiarito che le accuse contro il City non sono state “provate o erano relative ad eventi superati dal tempo”. Il che potrebbe far pensare a una mezza prescrizione (le motivazioni complete saranno fornite successivamente). In ogni caso, l’obiettivo principale del club controllato dall’Abu Dhabi United Group ha evitato la sua personale “calciopoli” e ora potrà continuare ad aumentare la sua potenza e il suo marchio: dopo che il gruppo finanziario di private equity Silver Lake lo scorso novembre aveva rilevato il 10% delle quote, l’universo Manchester City era diventato l’associazione sportiva più valutata di sempre: 4,8 miliardi di dollari.  Riassunto delle puntate precedenti: il caso era venuto fuori da un’inchiesta di fine 2018 del settimanale tedesco Spiegel, “Football Leaks”, per cui, secondo alcune mail interne ottenute, il Manchester City dal 2012 al 2016 avrebbe aggirato le rigide regole del Fair Play Finanziario della Uefa, create per arginare lo strapotere finanziario dei paperoni del calcio europeo.  Secondo la sentenza della Uefa dello scorso maggio, il City avrebbe mascherato i finanziamenti del suo patron, lo sceicco Mansour bin Zayed al Nahyan, della famiglia reale di Abu Dhabi, pompandoli nel club dopo averli spacciati per entrate dello sponsor Eithad, comunque legato allo stesso Mansour. Dei 68 milioni ufficiali di sponsorizzazione per magliette e stadio, solo 8 sarebbero stati di “origine controllata”. Il resto sarebbero arrivati da una società legata allo sceicco, in barba alle leggi Uefa.  A passare i documenti allo “Spiegel” era stato Rui Pinto, un oscuro ex ragazzino “nerd” portoghese, oggi 32enne, che è diventato l’Assange del calcio: ci sono quelli che lo considerano un paladino della libertà dell’informazione contro la censura dei potenti e quelli per cui siamo di fronte a un criminale-hacker. Mesi fa Pinto è stato estradato dall’Ungheria nel natale Portogallo, che lo ha sbattuto in cella. Contro di lui ora ci sono 171 accuse per “hackeraggio”, “furto di documenti”, “estorsione” e altre amenità giudiziarie. In passato, Pinto avrebbe ricattato varie autorità sportive dopo aver ottenuto, secondo i suoi nemici illegalmente, i documenti con cui ha rivelato varie nefandezze del calcio europeo, per poi fondare la sua piattaforma “Football Leaks” dove postava gli scoop. Dallo scorso aprile e agli arresti domiciliari. Il City era già stato pizzicato nel 2014 per una vicenda simile e allora sistemò tutto con una sessantina di milioni di euro di patteggiamento. Ma secondo il tribunale del Tas stavolta non ci sono prove che il City, che ha accolto con ovvio favore il verdetto di oggi, abbia infranto il Fair Play Finanziario. Sollievo dunque a Manchester: le star della squadra rimarranno. Si temeva che, con una sentenza negativa, molti giocatori potessero innescare delle clausole contrattuali per essere ceduti. Tuttavia, il futuro di Pep Guardiola resta incerto. Al di là della sentenza di oggi e nonostante i proclami di amore per i “citizens”, il tecnico spagnolo nelle ultime settimane ha per ora respinto le offerte di rinnovo del suo contratto in scadenza nel 2021. Il suo futuro resta comunque in bilico.  


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