Il triste addio di Valentyn

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Valentyn Vasylenko, l'ultimo abitante del villaggio di Teteriv, vicino a Kiev.  Foto EPA

Valentyn Vasylenko, l'ultimo abitante del villaggio di Teteriv, vicino a Kiev.  Foto EPA

Valentyn Vasylenko, l’ultimo abitante del villaggio di Teteriv, vicino a Kiev.  Foto EPA  (ansa)

Il villaggio di Teteriv porta il nome del fiume affluente del Dnepr. A Teteriv l’ultimo rimasto si chiama Valentyn Vasylenko, ha ottantré anni. In questa fotografia un soldato ucraino porta via Valentyn, lontano dalla sua casa danneggiata dalle bombe, lontano da Teteriv. Che il mezzo di trasporto sia una carriola aggiunge all’immagine un tratto quasi buffo. Ma non c’è niente da ridere; e mi piacerebbe sapere qualcosa in più di Valentyn, qualcosa della sua vita sino a qui. 

Ma la sua si aggiunge a una somma impressionante di vite che non racconteremo, non riusciremo a raccontare – vite segnate e in qualche modo disperse. In un’altra foto, che come è la sequenza precedente, c’è Valentyn che esce da casa sua con il bastone. La sua abitazione, sotto un cielo grigio, ha il tetto sfondato, le finestre rotte. Una tendina bianca sventola fuori, come una bandiera di resa. 

Adesso, senza Valentyn, a Teteriv non resta più nessuno. Sarà un villaggio fantasma. La tendina continuerà a sventolare, dal tetto entrerà la pioggia. Mi ha fatto pensare a un personaggio raccontato dallo scrittore Vasilij Grossman, ucraino di nascita, nel monumentale volume che precede “Vita e destino” e che sta per essere pubblicato da Adelphi per la prima volta in italiano con il titolo scelto dall’autore, “Stalingrado”. C’è un uomo che deve lasciare la sua casa. “Una cosa sola voleva Vavilov: restare a vivere lì”.

Andandosene avrebbe voluto dire decine di cose “insignificanti e importantissime”, “cose che avrebbero dato forma alla preoccupazione per la casa”. Voleva dire del giovane susino che d’inverno andava protetto dal gelo, delle patate da scegliere e della stufa da riparare. Dà le spalle alla casa, non riesce a voltarsi, come Valentyn nella foto che precede questa foto. 

Continuò a camminare incontro al rosso dell’alba che si levava sulla terra che lui stesso aveva arato. Il vento freddo gli sferzava il viso e soffiava fuori dai vestiti il calore, il respiro stesso della sua casa.

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