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In cerca di un clima migliore, i pesci perderanno i colori

La Republica News
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Ricordate i colori sgargianti della fauna dei nostri mari? Presto, a causa del riscaldamento globale, potremmo dimenticarcene. Perché nella ricerca della temperatura ideale dell’acqua, le popolazioni ittiche – comprese quelle che rubano l’occhio durante le sessioni di snorkeling – hanno due alternative: spostarsi verso Nord o – soluzione frequente in bacini chiusi come il Mediterraneo – andare più in profondità. Dove l’acqua è sempre più blu e i cromatismi diventano appena percettibili. E non solo all’occhio umano.

È una chiave di lettura in larga parte inedita quella offerta da un articolo pubblicato dai ricercatori Eleanor Caves e Sönke Johnsen sulla rivista Proceedings of the Royal Society B: Biological Sciences con il titolo The Sensory Impacts of Climate Change: Bathymetric Shifts and Visually Mediated Interactions in Aquatic Species.

(foto: Nazir Amin) 
L’idea di partenza, che chiunque faccia immersioni conosce approfonditamente, è che l’illuminazione dipenda dalla profondità dell’acqua. Ma allora – si chiedono gli autori dello studio – gli spostamenti batimetrici (che in gergo tecnico si definiscono shift) osservati per molte specie, insieme con l’aumento della torbidità dovuta alle attività antropiche, possono influenzare anche il mondo visivo degli organismi, interferire con il loro comportamento e arrivare addirittura a condizionare le dinamiche della popolazione e la struttura della comunità?

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“A causa del riscaldamento globale – annuisce Ernesto Azzurro, ricercatore Cnr all’Istituto per le Risorse Biologiche e le Biotecnologie Marine di Ancona – moltissime specie stanno spostando la loro distribuzione verso i poli in cerca di aree climaticamente più adatte. Uno shift della distribuzione che avviene anche verticalmente, come è facilmente osservabile negli ambienti terrestri, dove piante ed animali si stanno muovendo in altitudine in cerca di rifugi climatici”.

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“Ma il fenomeno ha implicazioni ancora poco conosciute ed è stato documentato solo di recente per le specie ittiche. Scendendo in profondità diminuisce la temperatura ma anche la luce, in quanto assorbita dalle masse d’acqua. Gli ultimi studi mettono così in luce cambiamenti della sfera sensoriale che possono influenzare il comportamento, la capacità riproduttiva e lo stesso futuro evolutivo delle specie marine. I pesci, essendo specie mobili hanno qualche chance in più di adattarsi ai cambiamenti climatici rispetto alle specie bentoniche, quelle ancorate al fondo, come coralli e gorgonie, che non possono ‘scappare’ dal caldo e muoiono in massa in seguito ai numerosi picchi di temperatura”.


Per comprendere come i pesci si adattino alle nuove condizioni i ricercatori hanno raccolto informazioni relative a diverse specie. Tra queste, lo spinarello (Gasterosteus aculeatus), che si riproduce nelle acque costiere poco profonde del Baltico. Le femmine scelgono i maschi – che avranno, tra l’altro, l’incarico della cura delle uova – in base all’intensità del colore rosso su gola e ventre.

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Purché, per l’appunto, il colore resti distinguibile, circostanza che può compromettersi a causa delle fioriture algali, per esempio. O qualora gli spinarelli scelgano di vivere più in profondità, come il riscaldamento del mare sembra lasciar presagire. “Scegliere maschi meno colorati – sostengono così Caves e Johnsen – significa accoppiarsi con partner meno forti”. Con rischi concreti sulla sopravvivenza della prole, naturalmente.


La ricerca valuta la potenziale trasformazione dei colori del mondo sommerso qualora i pesci più superficiali continuino a scegliere di spostarsi in acque più profonde. Scendendo di 30 metri, la tavolozza di colori si riduce notevolmente. “Ed è un po’ come tornare alla televisione in bianco e nero”, sintetizza Johnsen.

Uno studio sui pesci ciclidi nel lago Vittoria, in Africa, ha invece mostrato come l’inquinamento, riducendo la trasparenza dell’acqua, abbia effetti deleteri sugli animali, che fanno affidamento sui colori distintivi per riconoscere esemplari della stessa specie. In questo caso i pesci perdono addirittura la capacità di distinguere i propri simili. E si accoppiano con individui appartenenti ad altre specie aumentando il rischio di ibridazione.

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Non è escluso – sospettano i ricercatori – che casi analoghi possano riguardare altre specie, dunque, in mare aperto e come conseguenza indiretta dei cambiamenti climatici globali. Ecco perché, come spiegano gli esperti, “capire come i cambiamenti batimetrici possano compromettere la funzione visiva e, di conseguenza, il comportamento può aiutarci a dirigere meglio gli sforzi di conservazione e forse mitigare alcuni degli effetti del cambiamento antropogenico”.

Lo studio

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“Di certo – spiega ancora Ernesto Azzurro – questi cambiamenti epocali e così rapidi degli ambienti marini vanno tenuti sotto stretto controllo: nel Mediterraneo lo facciamo con il progetto Mpa-Engage. Abbiamo bisogno di queste informazioni per comprendere sino in fondo cosa sta succedendo nei nostri mari e per capire come meglio adattarsi a queste rapide trasformazioni”.

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“Il lavoro di Caves e Johnsen è intrigante e che tocca un tema fino ad ora poco esplorato”, spiega Antonio Di Franco, ricercatore alla Stazione Zoologica Anton Dohrn, sede di Palermo. “Noi da anni studiamo la fauna ittica marina del Mediterraneo e valutiamo i potenziali effetti del cambiamento climatico sulla distribuzione delle specie, native ed invasive, lungo il bacino. Il Mediterraneo è una delle aree che si stanno riscaldando più velocemente a livello globale – aggiunge Di Franco – e l’innalzamento della temperatura delle acque sta influenzando profondamente la biodiversità del Mare Nostrum. In questa ottica, stiamo valutando il potenziale ruolo delle Aree Marine Protette come nature-based solutions nel mitigare gli impatti dei cambiamenti climatici, e nel favorire possibili processi di adattamento. Nell’ambito del progetto Mpa-Engage, attraverso un processo partecipativo che coinvolge ricercatori, gestori di Aree Marine Protette, ed altri portatori di interesse come i subacquei, monitoreremo gli impatti del cambiamento climatico sulla biodiversità marina, valuteremo la vulnerabilità degli ecosistemi e svilupperemo dei piani di adattamento al cambiamento climatico in 7 Aree Marine Protette di 6 Paesi mediterranei. Ora sappiamo che ci sono ancora molti aspetti da valutare per comprendere il reale impatto dei cambiamenti climatici sulla biodiversità marina”.



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