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In Cilento un intero paese adotta la piccola Fatima, nata da una delle rifugiate arrivate da Lampedusa

La Republica News
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Quando Fatima, nome di fantasia, è venuta alla luce all’ospedale “Luigi Curto” di Polla, c’era un intero paese di duemila anime che l’aveva già “adottata”. “Avevano già donato interi corredi e culle, un passeggino e tanti completini: una processione di solidarietà spontanea”, racconta orgogliosa Giusy Salerno, responsabile della “Casa di Miriam”, sede del progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) oggi Siproimi, di San Pietro al Tanagro, nel Vallo di Diano.

Perché a dare alla luce la neonata è stata mamma Leila (altro nome di fantasia), una delle sette rifugiate o richiedenti asilo della struttura: era arrivata con il pancione a Lampedusa, lo scorso settembre, e da lì direttamente nel cuore della provincia salernitana. Siracusa, un viaggio della speranza, una gravidanza e le incognite dell’accoglienza: oggi sorride, rientrata nella sua residenza dall’ospedale, dove il team del reparto di Ginecologia e Ostetricia, guidato dal dottor De Laurentiis, ha saputo accudirla e assisterla nelle ore del travaglio.

“Una meravigliosa storia di inclusione”, commenta Giusy Salerno, il cui post di ringraziamento collettivo (“Gesti generosi che meritano gratitudine e riconoscenza e che rivelano, ancora una volta, la natura solidale e accogliente della nostra comunità”, ha scritto su Facebook) è diventato virale.

San Pietro al Tanagro ha accolto – nell’ambito di un progetto la cui titolarità è del Comune, con la gestione affidata alla cooperativa Iskra) – nuclei monoparentali composti da donne e bambini: quattro anni di circuiti virtuosi, all’inizio qualcuno storceva il naso. “Poi però è nata quella che definisco una rete di famiglie di vicinanza: prima del Covid, accoglievano le ospiti a pranzo e supportavano il loro inserimento, talvolta accudendo i bambini. La nascita di Fatima è stata una festa per tutti: siamo stati subissati dalle donazioni, qualcuno voleva venire a festeggiare portando dolci fatti in casa ma abbiamo dovuto scongiurare gli assembramenti. Un affetto straordinario che ci ha stupiti, dobbiamo ammetterlo, e i regali non sono finiti”. Poi, si rabbuia: “Quel che non funziona è l’incertezza del futuro: il sistema di accoglienza prevede un periodo massimo di accoglienza per queste ragazza: noi ci attiveremo perché trovi un lavoro e un’indipendenza, ma ci dispiacerebbe se mamma Leila e la piccola Fatima dovessero presto lasciare la Casa di Miriam e il nostro paese”.



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