In pensione a 74 anni e con poco più di mille euro al mese: il futuro dei giovani tra carriere discontinue e bassi salari

Pubblicità
Pubblicità

ROMA – Una vita tra lavoro discontinuo e salari bassi, una pensione che arriva oltre i 70 anni e con importi di poco superiori all’assegno sociale: è il futuro dei giovani che adesso hanno meno di 35 anni, disegnato dall’indagine del Consiglio Nazionale dei Giovani e di Eures. Se dalle stime Ocse si arriva a un’età pensionabile di 71 anni per i giovani entrati nel mondo del lavoro a 22 anni nel 2020, dato che è già il più alto tra i Paesi europei, le stime del Cng sono anche peggiori. E persino lavorando fino a quasi 74 anni, le pensioni medie che si prospettano arriverebbero a circa 1099 euro al netto dell’Irpef per i lavoratori dipendenti. 

A determinare le pensioni basse, oltre al sistema contributivo puro, la condizione lavorativa dei giovani. “Nel 2021, i lavoratori under 25 hanno ricevuto in media 8.824 euro, – afferma la presidente del Cng Maria Cristina Pisani – il 40% della retribuzione media complessiva, mentre i lavoratori tra i 25 e i 34 anni hanno ricevuto in media 17.076 euro, il 78% della retribuzione media. Per di più, uno scarto retributivo consistente si manifesta tra le donne e gli uomini giovani lavoratori, con un divario che si amplia nel tempo”.

E si tratta di medie. Nello stesso anno considerato, il 2021, più di un under 35 su quattro ha percepito una retribuzione annua inferiore a 5.000 euro. E arriva al 16,3% la quota di under35 con una retribuzione comprese tra 5.000 e 9.999 euro, contro il
12,3% osservato tra il totale dei lavoratori.

L’indagine segnala un processo di polarizzazione, per cui nel corso degli ultimi cinque anni è aumentata sia la percentuale dei giovani con le retribuzioni più basse, cioè inferiori a 5 mila euro (dal 24,3% del 2016 al 26,9% del 2021), che quella dei giovani con retribuzioni superiori a 30 mila euro (dal 7,6% al 9,3% del totale). I giovani con contratto a tempo indeterminato sono passati in 10 anni, tra il 2011 e il 2021, dal 70,3% al 60,1%, quelli con contratto atipico o a tempo determinato sfiorano adesso il 40%.

Ecco perché sarà necessario lavorare molto più a lungo. Senza che, nel frattempo, l’aspettativa di vita aumenti in modo corrispondente. E quindi, mentre l’80% dei nati nel 1945 ha ottenuto la pensione prima del compimento dei 65 anni di età, beneficiando dei meccanismi premiali del pensionamento anticipato, solo il 39% dei nati nel 1980 riuscirà a ricevere la pensione prima dei 70 anni (e in questo caso di tratterà comunque di pensionamento anticipato!).

In media i nati nel 1980 andranno in pensione 5 anni dopo rispetto ai soggetti della generazione precedente, mentre la speranza di vita a 65 anni crescerà solo della metà, due anni e mezzo. 

L’indagine calcola anche il valore delle pensioni atteso nei prossimi decenni per i lavoratori dipendenti che oggi hanno meno di 35 anni: per chi riuscirà a lavorare fino al 2057, andando in pensione a quasi a 74 anni, l’importo dell’assegno pensionistico  ammonterebbe a 1.577 euro lordi mensili (1.099 al netto dell’Irpef), valore che equivale a 3,1 volte l’importo dell’assegno sociale.

Andrà un po’ meglio  ai lavoratori in partita Iva (sempre con permanenza fino al 2057 e un ritiro a 73,6 anni): l’assegno pensionistico mensile sarà di 1.650 euro lordi (1.128 al netto dell’Irpef), valore che equivale a 3,3 volte l’importo dell’assegno sociale.

Pensioni misere mentre la spesa previdenziale toccherà il massimo nel 2035, pari al 17,4% del Pil, fino a poi decrescere al 13,3% del Pil nel 2070. Ma nel frattempo, la generazione stritolata prima da stipendi bassi e poi da pensioni basse e tardive andrà sostenuta con la pensione di garanzia, ribadisce il Cng. Una richiesta sostenuta anche dai sindacati ma che al momento sembra scomparsa dall’orizzonte del governo. 

Pubblicità

Pubblicità

Go to Source

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *