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Inchiesta sulla Sanità: quattromila pazienti in attesa di un chirurgo

La Republica News
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La buona notizia è che i pazienti Covid sono sempre meno. Tanto che il progetto, a breve, è di lasciare a Bologna un solo mini-ospedale per accoglierli, il padiglione 25 del Sant’Orsola. Adesso comincia un’altra salita, altrettanto dura: recuperare migliaia di operazioni chirurgiche rimaste in sospeso. Le liste d’attesa sono affollate e il personale sanitario deve fare le ferie estive dopo un anno durissimo. All’indomani di un 2020 che, solo negli ospedali dell’Ausl, ha visto gli interventi calare del 25% rispetto al 2019.

Calano i pazienti Covid

All’ospedale Maggiore restano una ventina di pazienti ricoverati tra la terapia intensiva e la semi intensiva. L’idea è di mandare i nuovi ammalati in arrivo al Sant’Orsola, dove i ricoverati sono una quarantina. In altre parole, sessanta in tutto in città, quando nei mesi di marzo e aprile si era arrivati a 1.400 posti occupati, un’emergenza mai vista nemmeno durante la prima ondata. Il piano è di creare un unico mini-ospedale Covid proprio al policlinico, nel padiglione 25 che tanto ha contribuito alla lotta alla pandemia.

In fila per un intervento

L’alfabeto degli ospedali è fatto di lettere associate a un’emergenza. Le “classi A” si riferiscono a quegli interventi salvavita che bisogna far subito, entro trenta giorni. Riguardano, per esempio, i pazienti affetti da tumore. «Il ritardo su quegli interventi è stato recuperato», dice Chiara Gibertoni, direttrice del Sant’Orsola. Perché in questi mesi «abbiamo dato priorità alle patologie oncologiche e indifferibili», conferma Paolo Bordon, numero uno dell’Ausl. Poi ci sono le “classi B”, cioè le operazioni da fare entro 60 giorni a pazienti che possono aspettare (ma non troppo) senza rischiare un peggioramento delle loro condizioni di salute: devono essere operati dagli specialisti di chirurgia generale e vascolare, urologia, ginecologia. Qui l’effetto imbuto si vede: al policlinico mille pazienti su duemila sono “scaduti”, cioè per loro non si è potuto rispettare il limite di due mesi per operarli. Altri 1.500 pazienti “scaduti” (su poco più di 2.200) sono in attesa all’Ausl.

E chi ritarda si aggrava

Ci sono casi in cui i pazienti non sono gravi, ma le loro condizioni peggiorano per via delle attese. E quindi diventano non più rinviabili. Un paradosso, o se volete un altro pezzo di eredità della pandemia. Anche l’istituto ortopedico Rizzoli, per dire, conta 1.500 operazioni di classe “B” scadute, cioè non fatte entro i limiti prestabiliti. «Le priorità di classe A siamo sempre riusciti a rispettarle, anche nel periodo più buio – dice il direttore Anselmo Campagna –. Abbiamo dato una risposta alle patologie oncologiche e ai casi più complessi. Ma ci sono anche pazienti di altre classi che avevano accumulato ritardi, e che sono diventati non procrastinabili. Abbiamo quasi raggiunto il nostro picco di sedute operatorie, che è intorno alle 70 a settimana: siamo arrivati a 65. Ma bisogna anche considerare che continuiamo a essere un punto di riferimento per la traumatologia». Braccia e ossa rotte ne arrivano tante.

Un calo del 25%

La direttrice del Sant’Orsola Gibertoni spiega: «A giugno e luglio cercheremo di recuperare il più possibile. Dal 5 settembre andremo a pieno ritmo per aggredire le liste». Continua il direttore dell’Ausl Paolo Bordon: «Questa estate lavoreremo per garantire la ripresa ma anche il diritto alle ferie. Almeno le due settimane consecutive dobbiamo darle al personale, perché ha lavorato tanto». Giuliana Fabbri, direttrice dei presidi ospedalieri dell’Ausl, parte da un dato: nel 2020 gli interventi effettuati sono stati 11.500. L’anno precedente, quando la pandemia era ancora qualcosa di inimmaginabile, erano stati 15.594, quattromila in più. Ha pesato, ovviamente, la decisione di sospendere tutte le attività non urgenti durante l’escalation di contagi e ricoveri dello scorso marzo, durante i giorni della zona rossa. Fabbri fa la conta di cos’è ripartito: «Sono riprese le attività negli ospedali dell’area metropolitana che fanno chirurgia, gli interventi urgenti e programmati a Bentivoglio, l’urologia a San Giovanni in Persiceto, l’oculistica a Bazzano e presto anche a San Giovanni». Anche la neurochirurgia dell’ospedale Bellaria ha ripreso a lavorare. Una mano continua a darla il privato: Villa Torri, per dire, a giugno e luglio apre le sale operatorie ai chirurghi del Sant’Orsola e Villalba accoglie i pazienti meno gravi.

L’ondata di esami e visite

Sulle liste d’attesa per le visite specialistiche o gli esami, le cose vanno meglio. Non c’è stata una sospensione totale come nel 2020, quando la sanità si fermò per il Covid. Secondo le stime dell’Ausl, un cittadino che l’1 giugno voleva prenotare una visita cardiologica avrebbe trovato posto otto giorni dopo, purché disposto a spostarsi ad Anzola, a 15 chilometri dal centro. Oppure avrebbe potuto aspettare 10 giorni per trovar posto direttamente in città in una clinica privata accreditata. Il privato, infatti, è stato arruolato in maniera massiccia anche all’indomani della prima ondata per rispondere all’esplosione della domanda. Per quanto riguarda gli esami specialistici, per una Tac all’addome o al torace il tempo d’attesa, all’1 giugno, era di un giorno in città, in entrambi i casi in una clinica (Villa Chiara). Ma questa è la punta dell’iceberg: «C’è un’ondata di richieste – dice Fabio Maria Vespa, segretario della Fimmg, l’organizzazione più importante dei medici di famiglia – da parte della popolazione che per mesi aveva rinviato una visita o un esame e che vedeva l’ospedale come un posto pericoloso. Adesso, invece, queste persone chiedono di andare a fondo su disturbi che possono avere una loro importanza. Ma ci sono anche pazienti affetti da patologie che avevano trascurato per lungo tempo»

Assalto ai pronto soccorso

Quella che è ripresa come prima, se non di più, è l’attività dei pronto soccorso. Di nuovo presi d’assalto. Alcuni giorni fa il reparto d’emergenza del Maggiore aveva 90 persone ricoverate per urgenze traumatologiche su 60 letti: un collo di bottiglia dovuto alla riorganizzazione da mettere a punto in area metropolitana. Fabrizio Giostra, che dirige il reparto d’emergenza al Sant’Orsola, racconta: «Sì, i numeri sono vicini all’era pre-Covid. Arrivano anche pazienti complessi, penso sia l’onda lunga di chi è rimasto a casa, probabilmente qualcuno si è trascurato o non è potuto andare dal medico. Diciamo che è un ritorno alla normalità, con un carico di lavoro notevole. Aspettiamo con ansia, la settimana prossima, l’apertura di un’area dedicata ai pazienti Covid. Ne arrivano una decina al giorno».

Il nodo stipendi

Gaetano Alessi, sindacalista della Fp-Cgil, non è preoccupato per le vacanze degli infermieri: «Le ferie verranno garantite, il primo turno è partito già ieri». La sua vera preoccupazione è quella di «non mettere le mani nelle tasche dei lavoratori». Il tema è complesso ma si può sintetizzare così: nell’anno del Covid, al personale sanitario è stata pagata un’indennità in più per il lavoro nei reparti infettivi. Ma questi soldi – «un milione di euro solo per l’Ausl di Bologna» – sono stati prelevati da un “portafoglio” che serviva già a pagare altre indennità ai dipendenti e che rischia di rimanere a secco. In soldoni, queste integrazioni «rappresentano il 30% dello stipendio. Il rischio è quello di non avere più soldi per pagare la produttività e il salario accessorio perché non ci sono le risorse. I fondi sono bloccati dal 2015 ma nel frattempo abbiamo il 20% di personale in più. Serve il rifinanziamento da parte della Regione di queste indennità».



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