Inquinamento: ci siamo cacciati in un mare di guai

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Gli oceani coprono oltre il 70 per cento della superficie del Pianeta, contengono gli ecosistemi più diversi, danno cibo a miliardi di persone, assorbono oltre il 90 per cento del calore in eccesso e circa un terzo delle emissioni di CO2, rallentando il riscaldamento globale e, grazie ai microrganismi marini, sono una delle principali fonti di ossigeno atmosferico. Ma non è solo per queste importantissime funzioni che oggi, inquinando gli oceani, ci stiamo facendo del male: lo stato del mare ha così tante implicazioni sulla nostra salute che è raro trovare esposte, nella loro eterogeneità, in un unico studio. A colmare questa lacuna è un report pubblicato su Annals of Global Health da un gruppo internazionale di studiosi.

“L’inquinamento negli oceani non è una materia facile da affrontare perché è una mescolanza in continua evoluzione di materiali chimici e biologici che comprendono rifiuti plastici, sostanze derivate dal petrolio, metalli tossici, farmaci, pesticidi, fertilizzanti e liquami” ci spiega l’epidemiologo e pediatra Philip Landrigan, direttore del Global Pollution Observatory del Boston College e primo autore dello studio. “A complicare le cose, le concentrazioni di inquinanti sono diverse nelle varie regioni. E per le tante sostanze messe in mare di recente, ce ne sono altrettante depositate sui fondali da decenni”.

Un quadro globale della situazione però è urgente, dice lo studio, perché l’inquinamento del mare sta aumentando: l’Agenzia europea per l’ambiente riporta che l’inquinamento da metalli tossici, sostanze chimiche industriali e plastica oggi ha raggiunto un livello “problematico” nell’87 per cento del Mediterraneo, nel 96 per cento del Baltico e nel 75 per cento dell’Oceano Atlantico Nordorientale. E crescono di pari passo i rischi per la salute.

“In questo studio abbiamo tracciato i vari modi in cui l’inquinamento marino ci danneggia” spiega Landrigan. “Un esempio è il metilmercurio, composto che si forma quando i microrganismi degli ambienti acquosi assorbono mercurio e poi si accumula nei pesci più in alto nella catena alimentare, come il tonno o il pescespada, dove le concentrazioni possono essere milioni di volte superiori a quelle dell’acqua circostante. Quando una donna incinta mangia pesce così contaminato, questo può danneggiare lo sviluppo del cervello del nascituro. I piccoli esposti ad alti livelli di metilmercurio nell’utero possono avere disabilità motorie, deficit di attenzione e ridotte capacità verbali”. Secondo uno studio di Landrigan del 2005 su dati raccolti dai Centers for Disease Control and Prevention ogni anno negli Stati Uniti da 317 mila a 637 mila bambini (a seconda che la stima sia più o meno prudente) sarebbero esposti al metilmercurio e per questo riporterebbero in seguito una perdita da 0,2 a 5,13 punti nel quoziente di intelligenza, in relazione alla gravità dell’esposizione. Per gli adulti, invece, il metilmercurio aumenta il rischio di disturbi cardiaci e di demenza.

Ormai sappiamo bene in che modo il mercurio entra nell’ambiente: “Il carbone ne contiene piccole quantità. Ma quando nelle centrali elettriche ne vengono bruciate migliaia di tonnellate, quel mercurio si vaporizza e va nell’atmosfera. Poi, con la pioggia, finisce nel mare. Le concentrazioni più alte sono state trovate nei tonni dell’Oceano Pacifico Settentrionale, per via dell’attività delle centrali a carbone e delle acciaierie in Asia”.

Soprattutto dai fiumi, invece, arriva la plastica che, una volta in mare, col tempo si disintegra in pezzetti minuscoli. Sono le microplastiche, e contengono gli additivi chimici che danno agli oggetti proprietà come il colore, l’elasticità o la resistenza al fuoco: “Alcuni di questi additivi, come gli ftalati e il bisfenolo A, possono mimare o bloccare l’attività degli ormoni. Gli additivi prefluorinati, usati per rendere gli oggetti idrorepellenti, possono invece danneggiare gli organi riproduttivi. Altri ancora, come le tinture sintetiche, sono classificati come cancerogeni” dice Landrigan. “Pesci e molluschi mangiano queste particelle, che così entrano anche nella nostra dieta”.

Uno studio recente suggerisce che un americano in un anno ingerisca in media tra 74 mila e 121 mila particelle di microplastica, a seconda del sesso e dell’età. Ma su quali effetti abbia questo sulla salute umana non ci sono ancora studi convincenti. Si sa molto di più sui danni fisiologici di altre sostanze chimiche industriali come pesticidi e farmaci. “Negli ultimi 75 anni sono stati inventati oltre 140 mila composti chimici. La produzione di nuove sostanze aumenta a un ritmo del 3,5 per cento annuo e si stima che raddoppierà entro il 2045. I Centers for Desease Control and Prevention americani ritengnono che nei tessuti umani si possano trovare di norma oltre duecento sostanze sintetiche” continua Landrigan. “Tra queste sono particolarmente rischiose quelle che, come i pesticidi e i farmaci, sono progettate per avere effetti biologici e quindi sono attive anche a basse concentrazioni”. Attraverso fognature e fiumi, poi, anche questi composti finiscono negli oceani.

“Gli scarichi che provengono dalle aree agricole contengono pesticidi, fertilizzanti e i rifiuti dagli allevamenti intensivi. Questi vanno a formare una massa inquinante che circonda le coste – la si può vedere dai satelliti, soprattutto negli Stati Uniti – e stimola la crescita delle alghe più nocive, quelle che producono le cosiddette maree rosse, verdi e marroni. Sappiamo che alcune di queste alghe sono associate a tossine potenti, come la ciguatossina prodotta dalle alghe microscopiche Gambierdiscus toxicus e Fukuyoa, che con il riscaldamento globale stanno estendendo il loro habitat. Così crescono le segnalazioni di avvelenamento da ciguatossine nei centri medici Usa. Nel mondo ne sono colpite da 50 mila a 200 mila persone l’anno. È un importante problema di salute nei Caraibi e nelle regioni del Pacifico, e di recente ci sono stati casi anche nel Mediterraneo: nelle isole Canarie e a Madera”.

Un’altra tossina pericolosa è l’acido domoico: viene prodotto da diatomee (alghe unicellulari) nel plancton. Se ingerito consumando i molluschi che lo assorbono, può portare non solo sintomi gastrointestinali ma mentali: confusione, letargia, disorientamento e perdita di memoria.

Fioritura di alghe tossiche nel Baltico, a Tyreso, vicino a Stoccolma (Getty Images) 

“L’esposizione alle tossine prodotte nelle cosiddette “fioriture algali nocive” può avvenire anche per contatto con la pelle, o respirando mentre si nuota o si visitano le spiagge: durante le fioriture delle alghe Karenia brevis e Sargassum ci sono stati casi di irritazioni della pelle e bruciore al naso o alla gola e un incremento degli ingressi al pronto soccorso in Florida per problemi respiratori, gastrointestinali e neurologici” spiega Landrigan. “Inoltre, quando le alghe si decompongono, possono anche rilasciare gas come il velenoso acido solfidrico”.

Infine l’inquinamento costiero, oltre alla crescita delle alghe, stimola quella di batteri come il Vibrio cholerae, il Vibrio parahaemolyticus e il Vibrio vulnificus, detto “mangiacarne” perché, se entra nelle ferite aperte, può causare gravi infezioni come la fascite necrotizzante. “Il 90 per cento delle gastroenteriti causate dal Vibrio vulnificus è dovuto al consumo di ostriche contaminate” spiega Landrigan. “E per via del clima, questi organismi ora appaiono per la prima volta anche a Nord: nel Baltico l’incidenza annuale di infezioni da Vibrio raddoppia per ogni incremento di un grado nella temperatura della superficie marina”.

Sul Venerdì del 12 febbraio 2021

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