Insolenza

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Importanti o no che siano, le parole sono prima di tutto insolenti. Se esistono regole di cortesia nei confronti degli sconosciuti è perché l’istinto ci farebbe considerare estraneo, straniero, sospetto chiunque non sia parte della nostra cerchia ristretta. Il sorriso, la mano stretta, la comunicazione del proprio nome, il “lieto di conoscerla” sono gli apparati civili che prendono il posto del “ma chi ti conosce?”, che verrebbe alla bocca spontaneo e primordiale.

L’insolenza è nativa: si definisce come mancanza di rispetto e il rispetto non viene naturale, è un’acquisizione. Grande parte della crescita dell’individuo, nei primi anni, è dedicata a superare la diffidenza nei confronti di chi non è la madre, non il padre, il fratello o la sorella, i nonni.. .

Grande parte della storia delle civiltà se n’è andata per stabilire regole di convivenza fra individui diversi per famiglia, tribù, villaggio, polis, stato e appunto civiltà: un decorso non proprio concluso e ben rifinito. “Come imparare a non essere insolenti” sarebbe dunque un buon programma di educazione civica, anzi l’unico possibile.

Tuttavia insolenti lo siamo, in pensieri, parole, opere e omissioni. Lo siamo spesso anche nei casi in cui l’altro non minaccia alcuna nostra posizione, non vuole appropriarsi di qualcosa che vorremmo noi, non dà fastidio. Se non lo siamo noi di persona, perché miti di carattere, allora saremo anche particolarmente sensibili alle insolenze che riceviamo. Homo homini strontius, avrà detto qualche latino, magari tardo.

Di “insolente” è però da vedere anche l’etimo, che lo mette in relazione al latino solēre. È il verbo della consuetudine, designa quel che “si suole”, quel che è “solito”. L’insolente fa qualcosa che “non si suole”, qualcosa di “insolito”. Nella sua lezione di galateo all’allievo Alberto (Sordi) il Conte Max – De Sica forbisce il piatto con del pane e dice: “Questo non si fa”, e intanto lo fa.

L’educazione confonde sempre questi due piani: il piano di quello che “non si fa” perché effettivamente non usa farlo e quello che “non si fa”, nel senso che farlo non si dovrebbe. Ci esorta a comportarci in modo standard e quindi a considerare inopportuno quello che è inconsueto. Per l’educazione l’insolito è insomma insolente. Va da sé che l'”insolito” è anche ciò che risulta innovativo, creativo, divertente (che “verte” in una direzione “diversa”) e che dunque ci piace. Quando decidiamo che trasgredire è bello stiamo rovesciando l’educazione ricevuta per cui l’insolito è insolente: adesso l’insolente è insolito. Lo rivalutiamo, lo troviamo liberatorio, che bello dire pane al pane e stronzo allo stronzo!

Tutto questo nel discorso pubblico italiano ha cominciato a succedere negli anni Settanta, con le radio libere, la stampa indipendente, la letteratura “selvaggia”, per poi dilagare con il web e i social network. Al punto in cui siamo oggi l’insolenza non è più insolita. Anzi: non c’è nulla di più consueto.


Questa è Lapsus del 13 agosto 2023, la rubrica di Stefano Bartezzaghi sulle parole del momento

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