“Io capa del personale di un’azienda under 30 assunta per far felice chi lavora”

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Cosa serve per essere contenti sul luogo di lavoro? Più soldi, un orario flessibile, un passo avanti nella carriera, a volte semplicemente una birretta fredda nel frigo o un tavolo per giocare a biliardino. Di questi tempi sembra che chi abbia un lavoro non possa pretendere altro. La felicità è un lusso, chiederla un azzardo. Eppure a Treviso, c’è una azienda dove  ai dipendenti si domanda  anche se stanno bene, se hanno idee o progetti da realizzare, desideri da esaudire. E’ una azienda dove l’età media, dirigenza compresa, è under 30  e dove i fatturati nell’ultimo anno sono  aumentati del 30% . Dove nascono amori e perfino bambini.

Si tratta di Moca, agenzia digitale che prende per mano le aziende e le guida attraverso le complessità del web. Come sviluppare l’e-commerce, farsi conoscere in Italia e all’estero, decidere su cosa puntare. E’ scontato il fatto che in tempi di Covid, il business e i carichi di lavoro siano esplosi. Meno scontato che l’azienda proprio nell’ultimo anno abbia assunto una giovane donna – Giulia Vanzella –  come “People&Culture development”.

Che vuol dire sì, fare i colloqui di lavoro, occuparsi degli aggiornamenti e dei contratti dei dipendenti, ma anche pensare al loro benessere, alle motivazioni, alla squadra, alle esigenze personali. E destinare all’ obiettivo un preciso budget. “Quando mi hanno assunto  – racconta – mi hanno detto: qui ci serve una persona che pensi alle persone. Un concetto semplice, diretto, perfetto”.

E’ chiaro che non ci sono solo rose e fiori. Lavorare in una agenzia digitale che cresce del 30 per cento comporta uno stress notevole. La tentazione di passarci qualche anno, imparare e poi cercare lidi più tranquilli è forte. Fra le varie strategie che l’azienda ha elaborato per trattenere i cervelli – prima fra tutti un sistema trasparente costruito su otto livelli di merito, formazione, reddito e carriera in modo che chi entra sappia già cosa otterrà, senza doverlo chiedere   – c’è la ricerca della felicità.

  “Vanno  tutelati i valori della squadra, ma anche le persone che fanno la squadra – dice Giulia Vanzella – Serve  metodo: una volta all’anno distribuisco un questionario anonimo in 12 domande per valutare lo stato del benessere psico-emotivo. Poi parlo con le persone per capire come stanno e cosa vorrebbero trovare nel lavoro dei loro sogni, come vorrebbero essere valorizzati, quali le ambizioni e le aspirazioni. Chiaramente cerco di fare in modo che siano accontentate”.

L’applicazione pratica di tutto ciò  prevede comfort in ufficio e a casa per chi fa lo smart working, flessibilità di orari, tutoraggio “alla pari” fra colleghi (facilitato dall’assenza di gap generazionali),  sessioni di respirazione terapeutica per gestire le emozioni ai tempi del Covid, welfare dedicato a maternità  e paternità,  corsi su come organizzare il tempo fra bambini e lavoro, alternanza fra presenza in ufficio e  da casa, film visti in gruppo, feste e aperitivi organizzati compatibilmente alle regole per contenere la pandemia.

“Stiamo assieme, ma il principio  aureo è non parlare di lavoro quando siamo fuori dal lavoro:  la vita privata va tenuta stretta. Moca non deve sostituire la casa, gli amici, la famiglia, non deve assorbire tutto il tempo. Se si fanno straordinari, le mail di lavoro indirizzate ai colleghi dopo le 18 saranno automaticamente disponibili alla lettura solo la mattina dopo. Ci basiamo su percorsi rodati e sperimentazioni: per esempio un gruppo di lavoro all’inzio dell’estate ha gestito i suoi obiettivi da Ibiza, alternando i tempi della vacanza a quelli dello smart working”.

E sono felici i dipendenti di Moca? “Faccio il possibile per fare del lavoro un bel posto dove stare, è questo il mio ruolo. Ma so anche che non va dimenticata la cosa più importante: gli altri vanno trattati come vorremmo essere trattati noi, e non serve un People&Culture development per farlo”.

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