Io prof vi racconto le mie lezioni nella classe vuota

Io, prof vi racconto le mie lezioni nella classe vuota

La Republica News
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Per me è sempre un piacere uscire la mattina da casa per andare a scuola, a insegnare italiano e storia ai miei studenti: mi lascio alle spalle la casa, e nell’aria frizzante della Vespa attraverso la città fino a via Olina, Torre Maura, Roma Sud-Est. Anche in questi giorni, come sempre, l’aula insegnanti è piuttosto affollata, i professori aprono i loro armadietti, prendono i libri che saranno utili durante la lezione, si scambiano saluti con i gomiti e pensieri volanti:  “La prima A quest’anno è bella vivace”, eufemismo per dire che sono piuttosto casinari, “La quinta B mi dà soddisfazione, agli esami potrebbero esserci dei cento”. E poi, inevitabili, con la voce più bassa, i tristi commenti sui dati del giorno prima riguardo ai contagiati, ai morti, alla crescita galoppante del virus, e ognuno ha un amico o un conoscente o un cugino positivo, ma ora non importa, suona la campanella della prima ora e bisogna correre in classe a fare lezione. E la classe è malinconicamente vuota: ci sono i banchi nuovi, la lavagna pulita, la cattedra, la LIM appesa al muro, ma non ci sono i ragazzi.Bisogna connettersi in fretta, aprire la classe virtuale sul computer, che oggi fa le bizze e non vuole collegarsi, ma poi finalmente si sblocca e dopo un attimo eccoci collegati con venticinque francobolli con le faccette sorridenti o assonnate degli studenti. E così passa la giornata, un’ora dopo l’altra, una lezione dopo l’altra, noi insegnanti nella classe reale e i ragazzi a casa, presenti ma assenti, assenti ma presenti. C’è poco da fare, manca il teatro vitale della vita scolastica, tutto inevitabilmente si raffredda, i prof parlano cercando di essere comunicativi, chiari, efficaci, e i ragazzi ascoltano come possono, quanto possono, dalle loro camerette distanti: ora non si può agire in altro modo, il morbone infuria e bisogna difendersi da ogni rischio di contagio. Però, mi chiedo: se le cose stanno così, se davvero è fondamentale ridurre al minimo gli spostamenti visto che gli autobus e la metro sono i primi moltiplicatori del virus, allora perché gli insegnanti debbono fare lezione da scuola? Non sarebbe meglio evitare anche i loro viaggi metropolitani e lasciarli prudentemente a casa? Che bisogno c’è di spostarli tutti tra le mura scolastiche se poi le lezioni avvengono tramite gli schermi dei computer?
Intendiamoci: nessuno insegnante manca mai e nessuno protesta, questo non il momento delle lamentele piagnucolose e delle richieste polemiche. Però, se vogliamo lavorare in sicurezza, scansando ogni rischio di ricevere o passare il Covid, bestiaccia invisibile e strisciante, forse sarebbe meglio rinunciare a insegnare nelle classi deserte. Alcuni istituti, approfittando dell’autonomia scolastica, si sono organizzati per la didattica a distanza da casa, visto che nessun vantaggio in più deriva dalla presenza nelle aule dei professori, ma la maggior parte obbedisce alla circolare che pretende che il corpo insegnante sia presente anima e corpo in classe. Io corro volentieri da casa a scuola e cerco, come tutti i prof, di dare il meglio, però capisco anche che così facendo cresce il pericolo, senza alcun sostanziale miglioramento didattico. Viaggiamo per la città anche su metro, autobus, tram e poi spieghiamo, dettiamo appunti, ci agitiamo davanti a schermi balbettanti, ci incrociamo nei corridoi, mescoliamo voci e respiri, ci facciamo forza a vicenda e forse ci indeboliamo. Forse, almeno per un mese, sarebbe più giusto e sano rimanere a casa, visto che a scuola non c’è quasi nessuno, solo professori preoccupati e incerti computer.


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