Ipertensione, quando mette a rischio il cervello dei giovani

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La pressione alta è diventata un “disturbo endemico”, con le persone che ne soffrono passate da 650 milioni nel 1990, a 1.3 miliardi nel 2019. Arterie, cuore e cervello gli organi più colpiti, e non è un problema concreto per la salute solo oltre una certa età.

Gli studi

Secondo una nuova analisi condotta dalla Australian National University (Anu), a valori elevati di pressione sanguigna in giovane età corrispondono rischi superiori di invecchiamento cerebrale accelerato una volta superati i 50 anni.

I risultati arrivano da un grande studio longitudinale pubblicato su Frontiers in Aging Neuroscience. Il team ha esaminato 2000 scansioni tridimensionali del cervello di individui sani tra i 44 e i 76 anni, incrociandole con letture della pressione monitorata ripetutamente, e ne ha poi stimato, tramite processi di machine learning, l’età “osservata”. Età che può risultare talvolta in contrasto con quella cronologica.

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I danni al cervello

La conclusione è chiara: a parità di altri fattori di rischio, chi ha la pressione più alta ha un cervello “più invecchiato”, con micro-danni ben visibili a livello dei vasi sanguigni che predispongono all’insorgenza di ictus, demenza, depressione, declino delle capacità di pensiero e altre condizioni neurologiche.

I ricercatori hanno notato il trend anche in chi, pur presentando valori nel range “di sicurezza” dei 120/80 mmHg, mostrava pressioni spostate verso la parte superiore della forbice. Rispetto a chi ha una pressione intorno ai 135/85 mmHg – spiega Walter Abhayaratna, professore di Medicina Cardiovascolare alla Anu, tra gli autori – chi si aggira sul valore ottimale di 110/70 mmHg arriva a 50 anni con un cervello fino a sei mesi più giovane”. Una differenza di età cerebrale che, se in presenza di altri fattori di rischio, potrebbe trasformarsi più avanti in demenza o altre condizioni cognitive gravi.

Attenzione dai 20 anni in su

L’attenzione degli studiosi è però rivolta in particolare ai giovani tra i 20 e i 30 anni. “Se, come abbiamo notato, i danni concreti dell’ipertensione cominciano a essere significativi già su individui quarantenni – spiega Nicholas Cherubin, primo autore dell’analisi – significa che i primi effetti negativi potrebbero iniziare a manifestarsi verso i 20 anni, per poi “lavorare” e degradare le funzionalità con il tempo”.

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Insomma, secondo la tesi di Cherubin, che è capo del Centre for Research on Ageing, Health and Wellbeing della Anu e da anni studia i fattori che influenzano la salute cognitiva e mentale, il cervello di un ventenne sarebbe già potenzialmente soggetto al deterioramento indotto dall’ipertensione.

Che fare allora? “Sarebbe ovviamente meglio introdurre cambiamenti allo stile di vita e alla dieta per evitare che la pressione salga, invece che aspettare che diventi un problema”, risponde l’esperto. Se la correlazione tra pressione alta e malattie cardiovascolari è ormai ben nota e studiata, la medicina inizia solo ora a esplorare quella con le condizioni neurologiche e il deterioramento delle funzioni cognitive.

Ma analisi come quelle condotte da Cherubin e colleghi vanno ad ampliare una letteratura scientifica sempre più corposa, che ne raccomanda un attento monitoraggio già a partire dai 20 anni e renderà (forse) necessario un aggiornamento delle linee guida e dei valori considerati oggi “normali”.

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