Ipertesi, quasi uno su cinque prende farmaci che fanno salire la pressione (senza saperlo)

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Per chi deve fare i conti con l’ipertensione, raggiungere gli obiettivi non è sempre facile. Anzi. È fondamentale  seguire con attenzione le terapie, evitando le “dimenticanze” più o meno volute, osservando coscienziosamente le indicazioni del medico per arrivare a scendere sotto i fatidici 130-80 millimetri di mercurio o comunque intorno ai valori prescritti dal curante.

Ma non bisogna dimenticare che, a volte, anche il diavolo ci mette lo zampino. Sotto forma di altre terapie, apparentemente non correlate con l’assunzione degli antipertensivi, che possono comunque contribuire a far aumentare la pressione.

Se compaiono ad esempio gli acciacchi dell’artrosi o l’umore è cupo, così come quando occorre impiegare derivati del cortisone, può essere necessario infatti assumere altri trattamenti che possono avere come effetto indesiderato proprio un incremento dei valori pressori.

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Questa evenienza non sarebbe particolarmente rara, almeno stando ad una ricerca coordinata da Timothy Anderson del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston, pubblicata su Jama Internal Medicine.

L’indagine ha preso in esame quasi 27.600 persone, reclutate e seguite per diversi anni nell’ambito dello studio di popolazione NHANES (National Health and Nutrition Examination Survey), tenendo come parametri di ipertensione valori superiori a 130 di massima, ovvero sistolica, e a 80 di minima. In questa popolazione, in termini generali, in quasi un caso su due (49,2%) i soggetti soffrivano di ipertensione: quelli con mancato controllo pressorio erano il 35,4% del totale.

Nulla di nuovo, si dirà. Ma la sorpresa che emerge dallo studio è un’altra: osservando nel tempo la situazione si è visto che il 14,9% dell’intera popolazione soggetti assumeva farmaci in grado di alzare la pressione e addirittura si arrivava a quasi uno su cinque (18,5%) considerando solo gli adulti con ipertensione.

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Insomma: l’ipertensione iatrogena, legata cioè a trattamenti medici per altre problematiche è una realtà da tenere presente, considerando che spesso queste altre terapie non vengono prescritte dal medico ma sono assunte in regime di automedicazione.

La selezione dei farmaci che possono interagire sulla pressione è stata fatta sulla scorta delle linee guida dell’American College of Cardiology e dell’American Heart Association. Si è visto che tra i medicinali più comunemente assunti con potenziale effetto ipertensivo ci sono antidepressivi (assunti dall’8,7% delle persone), antinfiammatori non steroidei o Fans (6,5%) derivati del cortisone ed ormoni femminili assunti da meno di due persone su cento.

Insomma: anche se, come segnalano gli autori, è difficile raggiungere i valori pressori desiderati, non bisogna dimenticare che su questo può incidere anche il fatto che altre terapie necessarie per affrontare diversi quadri patologici possono influire negativamente sui tentativi di contrastare l’ipertensione, portando alla necessità di aumentare i dosaggi di antipertensivi o ad associare diversi farmaci per portare la pressione al “punto giusto”. 

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Il consiglio dei ricercatori americani è semplice: se dovete assumere altri farmaci per malattie croniche, parlate sempre con il medico per valutare se esistono alternative che non presentano il rischio di un’azione di innalzamento della pressione arteriosa. “Il rischio di assunzione inconscia di farmaci che aumentano la pressione è reale e trova ragione nell’aumentato impiego di farmaci antinfiammatori spesso disponibili senza prescrizione e nella diffusione sempre maggiore di farmaci antidepressivi per combattere l’isolamento sociale – commenta Claudio Borghi, direttore della Medicina Interna presso il Policlinico Sant’Orsola-Malpighi di Bologna. Il livello di attenzione verso queste minacce inconsce deve essere sempre elevato nei pazienti che lamentano sindromi dolorose di varia natura o in coloro che improvvisamente si presentano con valori pressori fuori controllo nonostante abitudini di vita invariate o, se trattati, in assenza di qualsiasi modifica della terapia. Il grande nemico in questi casi è la scarsa tendenza dei pazienti a considerare queste azioni come rilevanti e compito del medico è quello di fornire una spiegazione del caso attraverso una “indagine” ad ampio raggio, con domande ad hoc, dalla quale spesso emerge un colpevole che deve essere rimosso o sostituito con soluzioni meno dannose per il controllo pressorio”.

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