Iran, ucciso un imam a Zahedan. Proteste a Karaj: la polizia spara sulla folla

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Una giornata di proteste e violenza in Iran. L’imam di una moschea sciita nella città di Zahedan, capoluogo della provincia meridionale del Sistan e Balucistan a maggioranza sunnita, è stato ucciso a colpi di arma da fuoco, secondo quanto ha riferito l’agenzia di stampa ufficiale Irna.
“Una task force speciale è stata costituita allo scopo di identificare e arrestare gli autori”, ha affermato il comandante della polizia locale, Ahmad Taheri. Il religioso morto sarebbe Sajjad Shahraki, imam della moschea Mualy Mutaqian. 

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Zahedan è stata teatro di una delle giornate più sanguinose dall’inizio delle proteste il 22 settembre scorso per la morte di Mahsa Amini nelle mani della cosiddetta polizia morale. Amnesty International ha denunciato che le forze di sicurezza hanno ucciso almeno 66 persone quel 30 settembre durante una manifestazione davanti alla moschea della città. 
Le autorità locali hanno licenziato il capo della polizia e il capo di una stazione di polizia dopo l’accaduto. La repressione di Zahedan è stata criticata  anche da un alto esponente religioso sunnita che ha accusato direttamente l’ayatollah Ali Khamenei, responsabile “davanti a Dio”.
Zahedan, vicino al confine sud-orientale dell’Iran con il Pakistan e l’Afghanistan, ospita una minoranza di beluci a cui si stima appartengano fino a 2 milioni di persone che hanno subito discriminazioni e repressione per decenni, secondo i gruppi per i diritti umani.
La regione del Sistan-Baluchistan intorno a Zahedan è una delle più povere del Paese ed è stata un focolaio di tensioni. 

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Proteste a Karaj nel giorno del ricordo di Hadis Najafi 

L’attacco di Zahedan arriva in un nuovo giorno di proteste in Iran. Le cerimonie per ricordare le vittime della repressione – che sono almeno 288 secondo le organizzazioni per i diritti umani – si sono trasformate in nuove proteste e scontri. Le forze di sicurezza hanno aperto il fuoco sulla folla che si era radunata a Karaj per celebrare la fine dei 40 giorni di lutto (in farsi ‘chehelom’) per la giovane Hadis Najafi, uccisa da colpi di arma da fuoco il mese scorso, durante le proteste anti-governative a Teheran. 
Secondo i media di Stato, inoltre, negli “scontri” a Karaj è stato ucciso un basij – la milizia paramilitare spesso impiegata per reprimere le manifestazioni – e altri agenti sono rimasti feriti. Le autorità avevano chiuso il cimitero Behesht-e Sakineh (una cinquantina di chilometri a Ovest della capitale) dove è sepolta la ragazza e bloccato le strade per impedire alle persone di raggiungere la tomba di una delle vittime-simbolo della repressione messa in atto dalle autorità per sedare le vaste proteste contro la Repubblica islamica.

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Nonostante i posti di blocco, migliaia di persone sono riuscite a convergere nei pressi del cimitero, percorrendo un’autostrada, al suono di slogan anti-governativi e contro la Guida Suprema Ali Khamenei. Gli agenti hanno risposto lanciando gas lacrimogeni e sparando proiettili veri, secondo testimoni citati dalla Bbc. L’agenzia iraniana Fars, vicina ai pasdaran, ha riportato dell’uccisione di un basiji e il ferimento di almeno tre poliziotti negli “scontri”. Ufficiali in borghese hanno anche attaccato i manifestanti con dei macheti, sempre stando ai testimoni sul posto.

Hadis Najafi era una TikToker di 22 anni. In un video registrato dal suo cellulare mentre si recava a una manifestazione a Karaj, il 21 settembre scorso, diceva: “Spero che tra qualche anno, quando guarderò indietro, sarò felice che tutto sia cambiato in meglio”. La sua famiglia ha denunciato che Hadis è stata uccisa a colpi di arma da fuoco dalle forze di sicurezza quasi un’ora dopo quel video. Le autorità, come in molti altri casi simili, hanno chiesto a suo padre di dire che la figlia era morta per un infarto.

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