Joseph Siegle: “In Niger la priorità per l’America è la guerra ai jihadisti”

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NEW YORK — “La situazione in Niger è complessa e allarma molti per diverse ragioni. Gli altri stati africani perché Ecowas, la Comunità economica dell’Africa Occidentale sta mostrando tutta la sua debolezza: ha tollerato altri colpi di stato, penso a Mali e Burkina Faso, e questi ora si susseguono. Le Nazioni unite hanno paura di un nuovo conflitto nella situazione di tensione globale attuale.

L’Unione europea teme si aggravi la situazione migranti. È un brutto affare per la Francia, che si gioca un’importante area d’influenza. E soprattutto gli Stati Uniti: abbiamo investito miliardi di dollari in assistenza allo sviluppo e aiuti militari, considerando il Niger un promettente baluardo di democrazia, cruciale per contenere il terrorismo in Africa Occidentale”.

Joseph Siegle è il direttore della ricerche condotte dall’Africa Center for Strategic Studies di Washington, il centro di studi e consulenze nato nel 1998 per volontà dalla Casa Bianca di Bill Clinton.

L’amministrazione Biden non ha ufficialmente definito “colpo di stato” quanto sta avvenendo. Perché?

“Sarebbe un punto di non ritorno. Alle truppe americane non è stato ancora chiesto ufficialmente di lasciare il Paese e ci si sta ancora muovendo sul filo delle trattative diplomatiche. Parlare di ‘colpo di stato’ vorrebbe dire condannare ufficialmente la giunta, interrompendo l’assistenza militare: perché a quel punto diventerebbe illegale sostenere un governo non democratico.

Ma si comprometterebbero definitivamente gli sforzi per combattere il terrorismo islamico e la jihad nell’area, chiudendo la base 201, principale avamposto per il pattugliamento ad ampio raggio con droni armati”.

Niger, il vantaggio dei golpisti

La vice segretario di stato Victoria Nuland, ha descritto i colloqui da lei condotti nel Paese come “franchi e difficili”. I leader ribelli, cinque dei quali addestrati proprio dagli Usa, non hanno ceduto alle pressioni. C’è ancora spazio per la diplomazia?

“C’è sempre spazio per il dialogo. Evidentemente gli Stati Uniti confidano nella fragilità del generale golpista Tiani: sapendo delle divisioni dei suoi sostenitori, nutrendo ancora la speranza di ristabilire il presidente Bazoum al potere.

Personalmente penso che non potrà durare a lungo. E non solo perché l’attuale posizione è molto diversa da quella tenuta in altre recenti crisi internazionali, come ad esempio in Sudan, dove quando ad aprile iniziarono i combattimenti tra generali rivali fummo tra i primi ad andare via.

Non riconoscere la giunta e imporre un qualche tipo di sanzioni significa correre un forte rischio emulazione, in un continente che già sta tornando agli anni 60-80, quando i colpi di stato militari erano all’ordine del giorno”.

Niger, sale la pressione sui golpisti, Ecowas: “Pronti a intervenire”. I familiari di Bazoum: “È in condizioni disumane”

La prudenza americana è influenzata dal timore di lasciare campo libero alla Russia? Mosca ha già avvertito l’Ecowas di non intraprendere azioni militari, minacciando uno “scontro prolungato”.

“Non c’è dubbio. Da tempo la Russia usa l’instabilità africana come elemento destabilizzatore nei confronti dell’Occidente ed ha già messo piede in 23 stati del continente. Non ha però abbastanza soldi da investire per farne sue reali aree di soft-power com’era un tempo. E dunque gioca la carta facile dell’anticolonialismo per difendere governi che prendono illegittimamente il potere, interessata com’è a mostrare di avere ancora influenza sul mondo.

Allo stesso tempo è ben lieta di creare problemi all’Occidente contribuendo a minare sistemi democratici la cui esistenza, comunque, non condivide. Insomma, briga e manipola, per interessi strategici. Il problema vero è che – lo abbiamo già visto in paesi dove l’influenza russa è forte – non essendo un partner stabilizzante, contribuisce solo ad esasperare problemi: economici, alimentari, di sviluppo, di scolarizzazione e così via. Contribuendo, di fatto, all’estremizzazione della società che invece gli Stati Uniti cercano di evitare”.

I mercenari del grupo Wagner, presenti in Repubblica Centrafricana e Mali, già si offrono di “aiutare a mantenere l’ordine”. C’è il rischio di un confronto armato in cui gli americani siano coinvolti?

“Al momento è un rischio è basso. Ma l’incidente è sempre dietro l’angolo. Le guerre accidentali, purtroppo, non sono rare. Ma certo dal Niger dobbiamo trarre una lezione: quando si sostiene un Paese bisogna investire moltissimo nel progresso della società e non solo sulle forze armate”.

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