Kim Rossi Stuart, la vita sul set e la passione per i cavalli: “Montare è come camminare”

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“Quando vai veloce e cadi, ruzzoli. Andavamo al galoppo lanciato: ruzzolammo sia noi che i cavalli. E nessuno si fece male”. Quella corsa notturna nei campi, in sella insieme al padre è uno degli elementi autobiografici che Kim Rossi Stuart ha disseminato nel suo ultimo film Brado. “Non è la mia storia”, ci tiene a precisare l’attore e regista, “ma dentro ci ho messo un mondo che ho conosciuto bene, quello dei cavalli, e altre cose che mi sono capitate”. Come la scena finale appunto: il padre che dice al figlio: “Pensa se a questa velocità inciampassimo in una rete dei pastori”. E pochi secondi dopo la caduta. Quindi le risate, il rimettersi in sella e via di nuovo al galoppo verso la Luna.

Kim Rossi Stuart ha ricordato quell’episodio nella giornata inaugurale di Fieracavalli Verona, quando ha ricevuto il premio Horse Friendship, dedicato alla memoria della giornalista Federica Lamberti Zanardi, per aver, con la sua pellicola, “saputo raccontare la realtà di una storia difficile, di un padre ruvido, di un figlio e di un cavallo dal temperamento indomito… un racconto tanto schietto quanto toccante dell’atavica relazione tra uomo e cavallo”.

Kim Rossi Stuart, lei va ancora a cavallo?

“Per me montare è come camminare. Mi viene naturale, perché l’ho appreso in modo radicale e profondo quando ero bambino. Ma i cavalli non fanno più parte della mia vita. Quando ho iniziato a lavorare sono partito e mi è capitato di montare solo per esigenze cinematografiche. Sono stato un ragazzino anche un po’ troppo costretto a montare, quattro ore al giorno sulla sella… forse sono andato in overdose. E pur continuando ad amare i cavalli, non mi è più interessato montarli. Certe volte però, se c’è un cavallo in un paddock mi viene voglia di salirci su a pelo, senza sella e senza finimenti, un po’ come il ragazzo protagonista fa a un certo punto del film”.

A proposito dei giovani protagonisti, come ha fatto a trovare attori capaci di stare in sella e saltare?

“Non è stato facile. Saul Nanni era andato a cavallo qualche volta col papà da ragazzino. Poi all’avvicinarsi delle riprese si è chiuso sei mesi in un maneggio, mattina e sera a spalare letame e a montare. E’ stato grandioso e coraggioso: durante le riprese in pochissime occasioni abbiamo usato controfigure”.

Incidenti?

“Beh sì. Una volta è caduto e si è anche fatto male, rompendosi la clavicola. Abbiamo interrotto le riprese per due mesi”.

Per il ruolo di Anna, l’istruttrice di equitazione che prepara padre, figlio e cavallo alla gara, ha invece dovuto cercare nel mondo dell’equitazione.

“Esatto. Viola Sofia Betti è una bravissima amazzone. Si è misurata con la recitazione ed è stata straordinaria. I ragazzi sono stati i pilastri che hanno sostenuto il film”.

Parliamo invece dei cavalli “attori”: finito il periodo d’oro dei film in costume e degli spaghetti western, il cinema italiano è ancora attrezzato per portare questi animali su set?

“Assolutamente no. E’ stato un miracolo chiudere il film e portare a casa tutte le scene con i cavalli, anche a costo di modificare il copione in corso d’opera adattandolo a quello che succedeva sul set. Perché gli animali non facevano nulla di quel che avrebbero dovuto fare secondo la sceneggiatura. Ormai i grandi di questo mestiere, penso a Mario Luraschi, sono all’estero”.

Nel film si respirano atmosfere tipiche di una certa letteratura “western”, da Cormac McCarty a Kent Haruf. Un riferimento voluto?

“Me lo hanno detto, ma in realtà Brado nasce da una mia raccolta di racconti, Le guarigioni, molto personali, che partono tutti o dalla mia pancia o dalla mia testa”.

E’ un film anche molto duro. Ci si aspetta la classica storia dell’allevatore che scommette sul brocco di turno trasformandolo in campione…

“Vero, inizia come film di genere. Ma a tre quarti il genere viene abbandonato, perché sarebbe stato prevedibile e scontato, per andare ad approfondire una tematica vicina al tema della morte. La struttura in questo senso è simile a quella di Million Dollar Baby. E mi chiedo come verrebbe recepito oggi un film simile: quando uscì, quasi vent’anni fa, non ci si sottraeva a certe tematiche. Oggi dal racconto cinematografico si sta amputando tutto ciò che appartiene all’asprezza della vita. Sia chiaro: non mi interessa di raccontare il male, spesso ci si compiace nel farlo. Quello che io ho perseguito con questo film è far emergere la dolcezza della vita: e spesso la sofferenza è un passaggio, prima di arrivare alla dolcezza”.

Paesaggi aspri, personaggi spigolosi. E manca anche il lieto fine.

“Per me un lieto fine questo film ce l’ha. E’ la pacificazione: il figlio e il padre che si ritrovano in uno sguardo e in un sorriso eterni. Come quella galoppata nella notte”.

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