La carne coltivata può aiutare l’ambiente? Perché il divieto di produrla fa discutere

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Si è acceso ieri al Senato il semaforo verde per il disegno di legge che vieta la produzione e la vendita di carne coltivata. Approvato con 93 voti favorevoli (maggioranza e Italia Viva), 28 contrari (Alleanza Verdi e Sinistra, Movimento 5 Stelle, alcuni membri del Gruppo misto), 33 astenuti (Partito democratico, Azione), il provvedimento, presentato dal ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, proseguirà ora l’inter parlamentare, passando alla Camera per essere vagliato dai deputati.

I no al disegno di legge

Oltre che tra i politici, il tema della carne prodotta in laboratorio sta suscitando divisioni anche tra gli ambientalisti. Contraria alla normativa che intima uno stop alla clean meat è Essere Animali, il cui responsabile Sviluppo, Claudio Pomo, tuona: “Questa decisione, oltre ad andare contro la libertà di scelta dei consumatori e il libero mercato, è l’ennesima dimostrazione del fatto che il governo vuole favorire i grandi allevatori, ignorando l’impatto della zootecnia sul territorio. Auspichiamo che, quando il disegno di legge arriverà a Montecitorio, i partiti prendano una posizione più netta contro questa proposta antiscientifica e ingiusta”.

Gli fa eco un lapidario tweet di Greenpeace: “La guerra del governo alla carne coltivata serve solo a difendere gli allevamenti intensivi e il loro impatto distruttivo su animali, foreste, ecosistemi”.

Alimentazione

In laboratorio o vegetale: le alternative alla carne nei supermercati (o al ristorante)

Contro l’esito della votazione anche Animal Equality, sul cui blog si legge: “La carne in provetta potrebbe essere davvero importante per arrivare all’abbandono degli attuali sistemi di allevamento, che prevedono lo sfruttamento di miliardi di animali, oltre ad avere un impatto enorme sul pianeta”. Essere Animali e Animal Equality hanno di recente firmato, insieme con Animal Law, Compassion in world farming (Ciwf), Lega anti vivisezione (Lav), Lndc Animal Protection, un comunicato in cui si ribadisce che la carne in vitro “potrebbe rappresentare un’alternativa per tutti coloro che non si vogliono nutrire della sofferenza di altre creature senzienti e non vogliono arrecare danni all’ambiente”.

Wwf: non fermare la ricerca

Dello stesso avviso anche i vertici del Wwf, che temono un conservatorismo anacronistico. “La crisi ecologica che stiamo vivendo, generata in gran parte da sistemi alimentari insostenibili, ha una dimensione tale per cui non possiamo permetterci di abbandonare nessuna strada”, osserva Isabella Pratesi, direttore Conservazione dell’associazione. “La ricerca finalizzata a produrre proteine animali sane e a basso costo per l’ambiente non deve essere ostacolata in modo aprioristico e ideologico, utilizzando come pretesto la tutela del made in Italy. Il disegno di legge potrebbe avere l’effetto negativo di fermare la ricerca nel nostro Paese, in un settore in cui, secondo molti organismi internazionali, dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) alla Food and agriculture organization (Fao) delle Nazioni Unite, è invece necessario investire”.   

Il fronte del sì

Favorevoli al disegno di legge altre associazioni, che già in passato avevano bocciato la clean meat. “Più che il cibo del futuro, la carne in provetta è l’affare del futuro per i gruppi finanziari e multinazionali”, stigmatizza Barbara Nappini, presidente di Slow Food. “Il rischio è che il cibo diventi oggetto di una deriva tecnologica e venga privato del suo significato culturale, del legame con i territori e le comunità. Dal punto di vista ambientale, inoltre, l’impatto è tutt’altro che indifferente, visti i grandi consumi energetici dei bioreattori necessari alla produzione”.

Alimentazione

“La carne vegetale può aiutare il Pianeta, ma non basta che sia buona”

Secondo Angelo Gentili, responsabile Agricoltura di Legambiente, “la carne deve continuare a essere prodotta attraverso gli allevamenti, ma occorre cambiare la filiera zootecnica puntando sul benessere degli animali. Bisogna, inoltre, distribuire meglio gli allevamenti stessi, che sono concentrati nella Pianura Padana, creando squilibri ambientali, mentre molte aree marginali, collinari e montane, versano in stato di abbandono”.

Emissioni alle stelle

Per comprendere la portata del dibattito è utile dare uno sguardo alle cifre. Gli allevamenti, soprattutto quelli intensivi, sono responsabili del 14,5% delle emissioni totali di gas serra, un mix di anidride carbonica, metano, protossido di azoto, che provoca il progressivo riscaldamento del pianeta. In proposito, un’analisi pubblicata su Science nel 2018, condotta dai ricercatori Joseph Poore e Thomas Nemecek, che hanno esaminato oltre 38mila aziende in 119 Paesi, ha evidenziato che la produzione di un chilo di carne di manzo comporta l’emissione di ben 60 chili di gas serra, un chilo di carne di agnello di oltre 20 chili di gas, un chilo di carne di maiale sette chili, un chilo di pollame sei, mentre la coltivazione di un’analoga quantità di piselli implica l’emissione di un solo chilo.

Impatto negativo su acqua e suolo

A ciò si somma il rilevante impiego di risorse idriche. Basti pensare che i bovini consumano in media 70 litri di acqua a testa al giorno, che raggiungono quota 140 durante la stagione estiva, e che per produrre un chilo di carne di manzo servono circa 11.500 litri di acqua.
Notevole anche l’impatto sul suolo, visto che il 40% del totale viene riservato alle coltivazioni per produrre mangime, con la conseguenza che ogni anno enormi aree vengono disboscate. Tra il 1980 e il 2000, una zona pari a oltre venti volte la superficie dell’Italia è stata trasformata in terreni agricoli, anche a spese delle foreste tropicali.

Il consumo reale e virtuale

L’acqua c’è ma non si vede

Su Nature nel 2006 si leggeva: “Le tendenze attuali suggeriscono che, di qui al 2050, in Amazzonia, l’espansione agricola per ottenere pascolo e le coltivazioni distruggeranno il 40% di questa foresta tropicale umida, fragile e incontaminata”. Questo sfruttamento va anche a scapito della fauna selvatica: tra le vittime, il giaguaro del Brasile, l’elefante di Sumatra, il pinguino africano, il bisonte nelle pianure centrali degli Stati Uniti. E in Italia l’allodola.

I vantaggi della carne coltivata

A fronte di ciò, secondo recenti stime del centro di ricerca Ce Delft, nei Paesi Bassi, la carne coltivata potrebbe diminuire le emissioni di gas serra del 92%, l’inquinamento del 93%, il consumo di suolo del 95%, quello di risorse idriche del 78%, consentendo di produrre un chilo di carne con una quantità di acqua variabile dai 367 ai 521 litri. Stando ai ricercatori dell’Università di Oxford, “i benefici ambientali della clean meat sono un imperativo potente per continuare a espandere la ricerca, in particolare per sviluppare metodi per produrre carne in vitro nel modo più efficiente possibile”.

Nell’attesa non resta che ridurre al minimo, o meglio ancora eliminare, il consumo di carne, sostituendola con le proteine vegetali, derivanti, per esempio, dai legumi. Ne beneficeranno l’ambiente, gli animali e, non ultimo, la nostra salute.

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