La Cina e il suo Recovery Plan, 500 miliardi di euro e un’ondata di credito agevolato

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Il primo Paese a essere colpito dal virus. Il primo a metterlo sotto controllo. La prima grande potenza a ripartire. La Cina ha vissuto la tragica parabola del coronavirus un passo avanti a tutti. E a ben vedere quello di Pechino è stato anche il primo governo a lanciare un “suo” Recovery Plan, molto prima che questa espressione entrasse nel vocabolario europeo. Nella primavera del 2020, mentre scioglievano il grande lockdown nazionale, le autorità comuniste hanno varato un grande piano di stimolo con l’obiettivo di rimettere in moto al più presto l’economia. Valore complessivo attorno al 4,5% del Pil, oltre 500 miliardi di euro con cui finanziare investimenti in infrastrutture e incentivi di vario tipo, il tutto accompagnato da un’ondata di credito agevolato. Ha funzionato: nel 2020 la Cina è stata uno dei pochi Paesi al mondo a chiudere l’anno della pandemia con un’economia in crescita, del 2,3%, per poi rimbalzare già all’inizio di questo 2021 ai livelli pre-crisi. Ma il paradosso, mentre il resto del mondo segue le sue orme stanziando ambiziosi piani di ripresa, è che ora il Dragone sta invertendo la rotta: il governo ha cominciato a ritirare gradualmente le misure di sostegno, per evitare che l’economia si surriscaldi come successo in passato in circostanze simili.

Il grande precedente è la crisi finanziaria del 2008, che la Cina è riuscita ad evitare inondando l’economia di liquidità, ma creando gigantesche bolle speculative e creditizie che ancora oggi non si sono del tutto sgonfiate. Durante l’epidemia di coronavirus le autorità hanno cercato di replicare la prontezza di quell’intervento, ma provando allo stesso tempo a limitarne la scala e gli effetti negativi. Proprio per preservare un equilibrio di bilancio il piano di stimolo – varato il 22 maggio 2020 durante la riunione dell’Assemblea nazionale – è stato alimentato con differenti canali di finanziamento. Circa 120 miliardi di euro sono arrivati dall’aumento del deficit (dal 2,8 al 3,6% del Pil), altrettanti dall’emissione di un bond speciale del governo, fuori dal bilancio dello Stato. Infine, l’ammontare dei debiti che le province e gli enti locali sono stati autorizzati a contrarre è stato alzato di circa 200 miliardi rispetto all’anno precedente.

La somma mobilitata in un solo anno non è distante da quella che il Recovery Plan europeo stanzia nell’arco di cinque. Per cosa è stata usata? Prima di tutto per una classicissima misura di stimolo, valida a tutte le latitudini, e in Cina in particolare: mega investimenti in infrastrutture. Pechino ha ordinato ai governi locali di attivare con urgenza quanti più cantieri possibile, senza andare troppo per il sottile sulla qualità e la sostenibilità delle opere. Autostrade, ferrovie, aeroporti, unità residenziali, ma anche centrali a carbone. L’effetto volano si è visto: l’intero settore industriale si è riattivato con velocità. Anche perché il tutto è stato accompagnato da una serie di incentivi per aziende e famiglie, come la riduzione delle tariffe energetiche, il taglio di imposte e contributi, la sospensione delle rate dei prestiti. Nel frattempo la Banca del Popolo, l’istituto centrale di Cina, ha abbassato i tassi di interesse e incoraggiato le banche – quasi tutte di Stato – a prestare soldi alle piccole e medie imprese.

Come detto, le misure hanno funzionato. Ma con degli importanti distinguo. La produzione industriale è ripartita molto prima dei consumi privati, che hanno goduto di minori incentivi e scontato la diminuzione dei redditi disponibili durante il lockdown. L’insistenza su grandi cantieri e settori pesanti, acciaio e cemento in primis, ha gonfiato ulteriormente alcune delle aree meno produttive e più inquinanti della grande fabbrica cinese. Proprio quelle che Xi Jinping vorrebbe invece ridurre, facendo virare il Dragone verso un nuovo modello di sviluppo fatto di innovazione e qualità. Il debito è tornato a salire dopo una serie di anni di stabilità e alcuni settori come l’immobiliare hanno dato segnali di surriscaldamento. Così dall’inizio di quest’anno, una volta acquisita la ripresa, le autorità hanno iniziato a cambiare narrativa, o meglio a tornare alle priorità precedenti: innovazione tecnologica e riduzione dell’indebitamento. La quota di debito “concessa” agli enti locali per il 2021 è stata ridotta, mentre la Banca centrale ha imposto agli istituti di credito di chiudere il rubinetto dei prestiti.

L’emergenza economico-sanitaria è finita, e così anche il tempo delle misure straordinarie. Ma questo non significa che la Cina abbia finito di investire: lo vuole fare in modo più strategico. Due mesi fa il governo ha dato il via libera al nuovo Piano economico quinquennale, 2021-2025, che ha al centro il concetto di autosufficienza tecnologica, cioè l’idea che il Dragone debba conquistare l’autonomia in tutte le tecnologie chiave della sfida con gli Stati Uniti, dai microprocessori all’intelligenza artificiale. Una pioggia di miliardi è in arrivo verso quei settori. Esaurito il “suo” Recovery, i grandi piani di sviluppo della Cina continuano sotto altra forma.

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