La crisi M5S, Marco Revelli: “Hanno ammortizzato lo scontento, ma adesso solo liti nel pollaio. E la destra ne approfitterà”

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Professor Marco Revelli, sociologo e politologo, cosa sta succedendo nei Cinquestelle?

“È in corso un processo di liquidazione di un soggetto politico che per nove anni ha svolto un ruolo centrale nel nostro sistema, ma che non ha retto alle prove di governo e che si trova ora in questa condizione di crisi perché il meccanismo di selezione della sua dirigenza è stato inadeguato”.

Dove sono mancati?

“Nella fase Ur, alle origini, il Movimento aveva attirato molti leader sociali, che disponevano di legami veri con il territorio, e che però non sono transitati nella rappresentanza parlamentare. Men che meno ciò è avvenuto a livello locale, dove c’erano delle praterie. Anche lì il M5S non ha toccato palla”

Come si spiega?

“Prenda Parma, dove un sindaco bravissimo come Pizzarotti, è stato inspiegabilmente ostracizzato. O Livorno, dove invece è stata sprecata un’occasione. Si è voluto premiare una galassia dilettantistica, o trasformistica il cui esempio più clamoroso è dato da Luigi Di Maio: un Masaniello diventato doroteo”

Lei ha capito cosa divide Conte da Di Maio?

“Sono due galli nel pollaio, è uno scontro di potere. Quale sia la visione della società dei due mi sfugge. Di Maio è un parvenu. Conte è una figura di establishment, un avvocato di alto livello che si è arenato nella politica”.

Lo definì un populista gentile. Ha cambiato idea?

“No, lo direi ancora. Era un giudizio sul suo governo durante la prima fase della pandemia, nella quale ha svolto il suo compito con molta dignità”.

Non è portato per la guida politica?

“Assolutamente no. E’ un mediatore assoluto, del resto ha diretto due governi di segno opposto. Mario Tronti definiva la Dc “mediazione pura”, ecco Conte è il perfetto democristiano. Ma con queste caratteristiche un partito ti fa a pezzi. Non capisco come non molli tutto per tornare all’insegnamento all’università”.

E perché torna Grillo, l’uomo solo al comando?

“È la maledizione della dimensione Ur, quando vacilla l’identità si va a cercare la figura totemica dell’origine. E’ una reazione psicopolitica. Dubito che Grillo possa però sanare il conflitto in atto”.

Fico perché tace sullo scontro in corso?

“Perché quella del presidente della Camera è una gabbia micidiale. Ti neutralizza politicamente. Lo abbiamo visto con Bertinotti. E vale quindi anche per Fico, che per il resto svolge decorosamente il suo ruolo, a confronto della guida dell’altro ramo del Parlamento”

Cosa rivela un Movimento alle prese con le carte bollate?

“Litigano su questioni che suonano incomprensibili al cittadino medio, che poi è il rimprovero che muovevano al sistema politico anni fa: ‘Si occupano di cose che non c’entrano niente con la vita delle persone'”.

Manca la visione politica?

“È probabilmente la vera ragione della crisi. I cinquestelle esplosero dopo il governo Monti, come reazione all’austerità, ma poi irruppero in massa in Parlamento senza una cultura politica. Il risultato: retorica da capipopolo e pratiche democristiane”.

Che bilancio si può fare?

“Hanno svolto un ruolo di ammortizzatore dello scontento. Una massa enorme di elettori che poteva finire nelle braccia dell’estrema destra ha scelto Grillo. Hanno fatto da bacino di contenimento. Mi viene in mente la definizione del politologo sudamericano Benjamin Arditi che parla dei partiti populisti come di un  “invitato incomodo”, quello che si presenta a un party elegante un po’ alticcio, vestito male, e comincia a stuzzicare le signore, l’invitato che non si vorrebbe mai avere, ma che dice anche cose vere, profonde. Questo è stato, all’inizio, l’M5S”.

Quali erano queste verità profonde?

“Che le democrazie rappresentative non rispecchiano più i popoli. Infatti il cinquanta per cento dell’elettorato non vota. E il problema è intatto. La malattia c’è ancora. Ma i cinquestelle non sono più la cura”

Ha sempre difeso il reddito di cittadinanza.

“Sì, c’è in tutti i paesi, salvo in Ungheria e Grecia. È un modo per contrastare le povertà, una misura necessaria. Poi, qui ci si è affidati ai navigator e quindi è stata realizzata male”.

Quanto contano i grillini ancora nella società?

“Lo zoccolo duro, è secondo i sondaggi, meno della metà del 2018: non so quanto rimarrà solido a lungo andare. E’ rimasta nel loro elettorato come un traccia subliminale. Il Movimento è il rifugio di chi non sa dove prendere casa, e quindi pianta delle tende lì. Ma non vedo più energia. L’energia è finita”.

La base si è fatta silenziosa.

“Non conosco più nessuno che fa il militante. Non fanno più parte dei movimenti. Erano forti tra i No Tav, in Puglia, a Taranto, in Basilicata, in Sicilia, ma in tutti questi posti le loro stelle sono cadute”.

Quindi le domande che ponevano restano?

“Sì, e drammaticamente direi. Ma non si capisce chi può raccoglierne il testimone. C’è un gigantesco invaso di delusi che si astengono e che rischia di travolgere tutto come uno tsunami. È un’immagine che mi terrorizza. Alla fine il progressivo declino dei Cinquestelle destabilizza  il sistema, crea nuova instabilità. Bisogna parlare a questa società prima che si consegni alla destra più estrema, com’è già accaduto in altre parti d’Europa”.

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