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La finestra dell’opportunità

La Republica News
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Un’espressione inglese ben descrive l’attuale situazione italiana: window of opportunity. La traduzione letterale (finestra di opportunità) forse non è ugualmente efficace, ma l’idea è chiara: contando sulle vaccinazioni, sulla persistenza di tassi di interesse bassi, sull’assenza di shock internazionali si può contare su un rimbalzo rapido della nostra economia. Ma la finestra non resterà aperta per sempre. Ho parlato, per esempio, in passato su queste colonne del rischio di un aumento dell’inflazione e dei tassi di interesse, un bel problema per uno stato indebitato come il nostro. L’arco temporale su cui possiamo ragionevolmente sperare è di 12-18 mesi. In questo arco temporale occorre assicurare che la fase di rimbalzo diventi il trampolino di lancio per raggiungere un tasso di crescita di medio termine di almeno il 2 per cento l’anno. Questo richiede due cose: una gestione ordinata della fase di uscita dalla crisi e, soprattutto, un’accelerazione delle riforme. In entrambi i casi il ruolo di Draghi è fondamentale per evitare che le inevitabili schermaglie tra partiti politici e lobby si trasformino in una rissa che blocchi il processo decisionale.

Partiamo dall’uscita dalla crisi. Ci sono le premesse per un rimbalzo veloce. Il recente World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale ci dice che le crisi economiche causate da una pandemia, pur con tante incertezze, sono più rapidamente superabili di quelle di natura finanziaria. Più concretamente, i settori non più sottoposti a chiusure (il manifatturiero, le costruzioni) sono già tornati a livelli di produzione pre Covid, il che fa pensare che, rimosse le restrizioni sugli altri settori, anche questi possano riprendersi rapidamente. Ciò detto, in certi casi la ripresa sarà difficile, basti pensare alle città d’arte, così legate al turismo estero. In questa situazione, una pragmatica selettività degli interventi è essenziale. Concentriamo le risorse su chi ne ha davvero bisogno. Riconosciamo che il blocco generalizzato dei licenziamenti ha anche conseguenze negative (fra l’altro, licenziare già si può se l’impresa chiude, il che sta portando in alcuni casi a una riallocazione all’estero di imprese che non riescono a ridurre il personale). Perché allora non limitare selettivamente il blocco ad alcuni settori ancora,  temporaneamente, colpiti dalla crisi? Altra questione di non poca rilevanza riguarda la transizione da Alitalia ad Ita. Occorre assicurare che non sia realizzata durante l’estate, visto l’inevitabile disagio che questa comporterebbe anche se Ita assicurasse la continuità dei voli (basti pensare al problema della riemissione dei biglietti già venduti).

Ma la questione principale riguarda le riforme di cui l’economia italiana ha bisogno, in primis quelle della giustizia e della pubblica amministrazione. Si è diffusa l’idea che, una volta siglato l’accordo del Ngeu con l’Unione Europea, le riforme saranno guidate per i prossimi sei anni da una specie di pilota automatico, visto che i fondi europei arriveranno solo se certe condizioni verranno rispettate. Niente di più sbagliato. Le condizioni ci sono (ne abbiamo contate 419 sparse nelle 2500 pagine delle “schede tecniche”), ma, seppure utili, non garantiscono che le riforme siano realizzate. Basta andarle a vedere da vicino. Le condizioni sono di due tipi: le milestone sono qualitative, i target sono quantitativi. Le milestone comprendono spesso l’approvazione di leggi, ma i criteri che tali leggi dovranno rispettare sono inevitabilmente definiti in modo vago. I target sono molto più concreti (riguardando spesso l’effetto delle riforme), ma sono ritardati nel tempo (anche qui inevitabilmente perché le riforme strutturali danno frutto solo nel tempo), essendo concentrate nel biennio 2025-26. Prendiamo, per esempio, la giustizia. Nella versione attuale delle schede, una milestone riguarda l’approvazione entro fine 2022 degli atti delegati per la riforma della giustizia e delle procedure di insolvenza. La misura in cui tali atti delegati saranno in linea con la riforma approvata entro il 2021 sarà fondamentale, ma certo non può essere definita in modo specifico nell’accordo con l’Unione Europea. Più in generale, è noto che la condizionalità legata a riforme strutturali è difficile da implementare dall’esterno. Sarà quindi fondamentale per il successo delle riforme che esse siano portate avanti in modo deciso per lo meno per tutto il 2022. Insomma, occorre dar modo alla pianta delle riforme di piantare radici.
È quindi importante per sfruttare l’attuale finestra di opportunità che questo governo continui nella propria azione bel oltre la della fine di quest’anno, nonostante lo scoglio dell’elezione del presidente della Repubblica. Sta alla politica fare in modo che questo avvenga.
 



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