La forza di Federica Manzon nel suo libro “Il bosco del confine”

Libero Quotidiano News

23 settembre 2020
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Pordenone, 23 set. (askanews) – Per Federica Manzon il confine va pensato come luogo multiculturale non come un muro. La scrittrice, classe 1981, ha presentato a “Pordenone legge” il suo ultimo romanzo “Il bosco del confine”, edito da Aboca che nasce da due suggestioni.
“Da un lato quella del camminare in montagna, e dal particolare ritmo che ha camminare nei boschi, e dall’altro lato nasce da due città per cui sento un senso di appartenenza per ragioni diverse che sono Trieste e Sarajevo, che hanno dei boschi molto vicini e camminare nei loro boschi significa in entrambi i casi camminare su una linea di confine con tutto quello che di complesso significa”.
Il fulcro del libro è proprio il camminare per boschi e la forza del contatto con la natura, una dimensione che è maestra di vita.
“Credo che il camminare nei boschi che è una esperienza che risale alla mia infanzia e ho sempre fatto, mi ha insegnato molto: mi ha insegnato a stare da sola, a non aver bisogno di essere intrattenuta, a convivere con il silenzio senza esserne spaventata, è quindi una dimensione che ho sempre sentito far parte di me”.
Il padre della protagonista, un pacifista di origini slave, invita costantemente la figlia a riflettere sull’assenza di confini nel bosco dicendole: “Hai mai visto una betulla ritrarre i rami per non sconfinare in territorio straniero?” una riflessione molto attuale che Federica Manzon commenta così.
“Io credo che, soprattutto noi europei abbiamo pensato che il confine fosse qualcosa di negativo, lo abbiamo associato al muro, al filo spinato, abbiamo pensato che liberarci dei confini fosse una cosa positiva e basta, invece io credo che il bosco ci aiuta a capire che il confine è qualcosa altro: ha a che fare con il conoscere l’altro, il diverso da me e ci insegna a rispettare la diversità senza per forza volerla includere o volerla escludere e il bosco ci insegna che fondamentalmente il confine è qualcosa di poroso, non è un muro”.
Pur non essendo una autobiografia, la protagonista ha molto in comune con l’autrice che si rivolge ai giovani.
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“Volevo che fosse una persona che è in bilico tra tante identità diverse, ha un padre serbo ma è italiana, viene educata alla scuola della minoranza slovena perchè credo che i ragazzi e le giovani generazioni che crescono con identità più complesse e ricche sono sicuramente più pronti a leggere il nostro contemporaneo”.



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