La giustizia di Eschilo

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La ministra Cartabia ha manifestato più volte l’intenzione di valorizzare i percorsi di giustizia riparativa, che sarà anche uno dei temi della prossima riforma. Da ultimo, ne ha parlato al festival Taobuk di Taormina, a partire dallo splendido testo delle Eumenidi di Eschilo. La giustizia riparativa però resta un oggetto sconosciuto ai più; spesso viene schiacciata sull’idea di perdono, o s’immagina che mascheri forme di indulgenza eccessiva verso i criminali.

Venticinque secoli fa, Eschilo concludeva una saga cruenta di vendette famigliari portando in scena il passaggio epocale dalla logica della vendetta a un’idea di giustizia dominata dal logos, insieme parola e ragione, incardinata sul processo, ma senza cancellarla totalmente. La dea Atena riconosce la potenza e l’importanza delle Erinni, divinità arcaiche della vendetta e del senso di colpa, trasformandole in creature benevole (“eumenidi”, appunto). Il genio di Eschilo simbolizza come la giustizia conservi in sé il seme della vendetta, iscritto nella natura retributiva della pena: è annidata nell’uomo a tale profondità che non si può pensare di sradicarla del tutto, occorre riconoscerla e “addomesticarla”, per scongiurare il rischio che il rigetto per le decisioni, spesso controverse e comunque difficili, del diritto e dei tribunali spacchi di nuovo la comunità. La tragedia coglie un’altra verità generale: la giustizia, fenomeno umano di complessità abissale, si evolve inglobando tracce e residui più o meno evidenti degli stadi precedenti. Assomiglia (non a caso) alla struttura stratificata del cervello umano, in cui il primitivo substrato rettiliano coesiste con le sublimi altezze della corteccia prefrontale.

In quest’ottica evolutiva, la giustizia riparativa rappresenta una fase e un orizzonte di novità. Maturata negli Usa a metà degli anni Settanta, approdata in Italia trent’anni dopo, offre un paradigma diverso rispetto al sistema attuale, che espunge il più possibile il “lato umano” dalla giustizia. Propone infatti un modello d’intervento complesso sui conflitti sociali generati dai reati, per promuovere una riparazione dei loro effetti perversi sugli individui, sui rapporti e sul corpo sociale, attraverso strumenti diversi che coinvolgono sia i singoli, sia la comunità. Guarda al futuro, e fa “respirare” i problemi della giustizia, riconnettendoli alla vita delle persone, valorizzando i vissuti (in primo luogo quelli delle vittime), come rabbia, paura, umiliazione, per superare insieme le ferite, materiali e simboliche lasciate dal delitto. Negli spazi della giustizia riparativa si può vedere il mondo “con gli occhi del nemico”, per dirla con David Grossman: un’esperienza trasformativa, forse il modo più potente per ridurre (se non sradicare) la conflittualità alla radice. Gli incontri possono coinvolgere anche il reo, se la vittima vuole, ma non è obbligatorio, talvolta nemmeno opportuno. Esiste la possibilità di mediazione “aspecifica”, in cui si incontra una persona che ha compiuto reato analogo a quello subito.

La vittima può chiedere perché, ottenere ascolto e riconoscimento, intendere meglio l’accaduto, specchiarsi nella sofferenza di altri (ricordo la “rivoluzione” nel mondo interiore della figlia di un assassinato nell’incontrare il dolore della figlia di un ergastolano, pure lei di fatto orfana), recuperare un senso di integrità e dignità, trovare pace, dentro di sé e con gli altri. Il reo è invece accompagnato verso la piena assunzione di responsabilità, perché comprendere fino in fondo l’impatto e la gravità del proprio agire è la premessa necessaria a qualunque cambiamento autentico: un aspetto funzionale a un’esecuzione della pena che tenda davvero al recupero dei condannati.

Dopo guerre civili o nelle transizioni di regime, come in Sudafrica, la giustizia riparativa opera tramite istituti (le commissioni “Verità e Riconciliazione”) alternativi ad amnistie e processi. In situazioni ordinarie, invece, non sostituisce il normale corso della giustizia penale, ma può completarlo e integrarlo. Diverso il caso della giustizia civile e minorile, in cui le forme di mediazione e conciliazione possono configurare una via alternativa al giudizio, con potente valenza pedagogica e di recupero per i ragazzi. Nel solco di Atena, la giustizia riparativa riconosce il potere delle pulsioni di pancia (senza indulgervi) e promuove strumenti per gestirle e superarle. Può aprire la via a una giustizia più umana ed efficace, e insieme a una società meno spaventata, lacerata e rancorosa.
 

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