La globalizzazione riparte dallAsia. Pechino sfida Biden sul libero scambio

La globalizzazione riparte dall’Asia. Pechino sfida Biden sul libero scambio

La Republica News
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NEW YORK — La globalizzazione ricomincia dall’Asia. Dopo anni di escalation dei protezionismi, accelerati da una pandemia che ha diffuso tendenze autarchiche, un robusto segnale in controtendenza arriva dal più grande trattato di libero scambio mai firmato. Unisce 2,2 miliardi di persone e un terzo del Pil mondiale, concentrati fra l’Asia-Pacifico e il Sud-est asiatico.Grande assente: l’America, che si era chiamata fuori ancora prima che alla Casa Bianca arrivasse il turbo-protezionista Donald Trump. Questo accordo contiene una conferma e una sfida. La conferma è che il motore della crescita mondiale si è spostato in Estremo Oriente dove ci sono le uniche economie in forte ripresa, Cina in testa.
La sfida è per Joe Biden, che a suo tempo fu un sostenitore di quel tipo di trattati, ma dovette rassegnarsi a non concludere la Trans Pacific Partnership (Tpp) per le crescenti resistenze all’interno dello stesso partito democratico. A due mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca, Biden è già confrontato con una realtà internazionale in movimento.Tre dei maggiori alleati degli Stati Uniti, Giappone Corea del Sud e Australia, hanno accettato di firmare un patto la cui leadership sta a Pechino. Biden dovrà tornare a un’idea di Barack Obama, il cosiddetto “Asia pivot”, cioè una rotazione delle priorità strategiche degli Stati Uniti che metta l’Asia al centro. Questo potrà deludere gli alleati europei che sperano di essere in cima ai suoi pensieri.L’intesa firmata domenica da 15 governi si chiama Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep). Per la popolazione dei 15 Paesi, supera ogni altro accordo di libero scambio. Include 10 economie del Sud-est asiatico insieme a Cina, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Australia. Proposto per la prima volta nel 2012, all’origine era considerato la risposta di Pechino al Tpp lanciato da Obama e Biden.Ma il Tpp perse per strada proprio il principale sostenitore, gli Stati Uniti, quando fu chiaro che il Congresso non l’avrebbe ratificato. Già sul finire del secondo mandato di Obama cresceva un’ostilità ai trattati di libero scambio per le conseguenze sulla classe operaia americana, prima ancora che Trump si lanciasse in politica facendo di questo tema uno dei suoi cavalli di battaglia.Obama-Biden dicevano, fino a cinque anni fa: o questi trattati li governiamo noi, oppure lasceremo che sia la Cina a dettare le nuove regole del gioco. Ma finirono in minoranza nel loro partito. Trump ha fatto il resto: il clima del Paese è più nazionalista e non sarà facile “vendere” agli americani nuovi trattati.Il Tpp originario è stato firmato solo dagli altri Paesi, guidati dal Giappone. Ora gli si affianca o contrappone questo trattato Rcep promosso dalla Cina, che Obama escluse dai negoziati sul Tpp. Nel frattempo la geografia della crescita globale è stata sconvolta dall’effetto pandemia-lockdown: il dinamismo è in Asia. Dietro la locomotiva cinese corrono Vietnam, Taiwan e altri. In Giappone la ripresa nel periodo luglio-settembre è stata velocissima, il tasso di crescita più forte degli ultimi 40 anni.Le stime più ottimiste sull’impatto del Rcep gli attribuiscono l’effetto di aumentare la ricchezza mondiale per 200 miliardi di dollari all’anno a partire dal 2030. Poco più dello 0,2% del Pil dei Paesi membri. Non è enorme, ed inoltre bisogna scontare un pregiudizio accademico favorevole alle liberalizzazioni, i cui benefici sono stati sopravvalutati in passato. Senza attribuire eccessiva importanza a questi numeri, il trattato equivale a una piccola manovra anti-recessione, spalmata su Paesi che in realtà dalla recessione sono già usciti.Il governo del Giappone ha fornito una sua stima dettagliata sugli effetti del trattato. Secondo Tokyo, il Rcep ridurrà dazi sul 91% dell’interscambio tra i firmatari. Le esportazioni made in Japan sul mercato cinese totalmente esenti da dazi saliranno dall’8% all’86% del totale. Tra i settori più beneficiati c’è la componentistica per auto, dove il Giappone stima che saranno esentate da dazi l’87% delle sue esportazioni verso la Cina, per un valore di 50 miliardi di dollari annui.L’assenza più macroscopica è quella della seconda nazione del pianeta, l’India, che è anche la quarta economia mondiale dietro il Giappone. L’India era stata invitata ma già da un anno aveva abbandonato il negoziato. Da una parte Delhi — che ha una tradizione protezionista — ha temuto un’invasione ancora più formidabile di prodotti cinesi. D’altra parte il governo di Narendra Modi, che ha un’industria del software avanzatissima, voleva includere la liberalizzazione dei servizi nel trattato, ed è stata la Cina a non volerlo.La firma del Rcep avviene sullo sfondo di una crescita tutta sbilanciata a favore dell’Asia-Pacifico e del Sud-est asiatico. A fine anno secondo le stime del Fondo monetario internazionale la Cina dovrebbe chiudere col +2% di Pil, seguita dal Vietnam con +1,6%. Taiwan dovrebbe riuscire a chiudere l’anno in pareggio, compensando la recessione del primo semestre. Nessun Paese occidentale si avvicinerà a quei risultati.


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